Spazi

Il nuovo Centro Pecci

Articolo tratto da Inside Art 106

Difficile credere che qualcuno guardando un cielo sereno di notte, con lo sguardo verso le stelle possa dire che schifo. E forse da qui, cioè da sempre, inizia il legame fra arte e spazio, fra il bello e il cosmo. Poi sono venute le prime speculazioni sull’universo che hanno portato le prime misurazioni del cielo, sempre più precise, che hanno aumentato l’attenzione dell’uomo nei confronti di un’aldilà terrestre che pare ancora inafferrabile. Filosofi, scienziati, artisti e maghi in una fase storica in cui le discipline non erano ancora definite hanno cercato di rispondere sempre e solo a una domanda: «Che cos’è quella roba lì». Un montare di interesse cosmico sostenuto da scoperte e tecnologie ha segnato la storia dell’umanità fino all’ultima conquista umana: la Luna. Poi la passione per lo spazio sembra essere scemata lentamente e infine è tornata, anche nell’arte. «In anni più recenti ci sono Lucio Fontana e gli Spazialisti», dice Fabio Cavallucci direttore del centro Pecci che il 16 ottobre riapre con la mostra La fine del mondo dedicata proprio a queste tematiche. E continua: «Erano tempi di compresenza fra arte e scienza che hanno sviluppato un’idea di dimensione spaziale. Fontana in questo senso è stato un innovatore, ha aperto nuove dimensioni, in anni un cui, dobbiamo ammetterlo, non c’erano ancora potenzialità tecnologiche in grado di fare uscire fisicamente l’uomo dalla terra. E Fontana allora trasforma l’aldilà spaziale nell’oltre di una tela visibile dietro un taglio».

Anche Superstudio con Interplanetria poco più in là tratta le stesse tematiche.
«Certo. La Luna allora era già stata conquistata e Superstudio ipotizza un’autostrada cosmica di supersuperficie che collega la Terra al suo satellite. In generale tutta l’architettura radicale è stata una rivoluzione concettuale che da una parte ipotizzava un uscita dal mondo e dall’altra tentava di rovesciare i punti di vista terrestri. L’universo all’epoca era sinonimo di gravità zero, una liberazione per l’architettura che si ritrovava a fare i conti senza la necessità di una base o di pareti verticali. Una possibilità di sovvertire secoli di disciplina e creare strutture movimentate in grado di galleggiare nell’Universo».

Poi perché il tema spazio non è stato più all’ordine del giorno, cosa è successo?
«Rispondo con le parole di Stefano Catucci, autore del libro Imparare dalla Luna. Dalla prima discesa sul pianeta fino alle successive c’è stato un progressivo disinteresse del pubblico. L’evento, una volta verificatosi, non faceva altro che ripetersi simile a se stesso, mancava di novità. È come l’aereo la prima volta nel cielo, ora ne partono ogni cinque secondi e nessuno ci fa più caso. Come il primo motorino e poi la sesta macchina che diventa solo un mezzo di trasporto».

Tutto qui?
«Lo diceva già Pascal: l’uomo non si diletta delle cose ma della ricerca delle cose. La Luna, insomma, aveva perso questa capacità di attrazione tanto è vero che non c’è soltanto una disattenzione del pubblico e di conseguenza delle arti ma anche un problema di soldi: la politica non riconosceva più la necessità di andare nello spazio. La grande quantità di investimenti veniva giustificata solo quando c’era quell’aspettativa. Poi, per tornare all’arte, salvo casi rari è difficile che vengano fuori grandi storie sul deserto, cosa vuoi salti fuori da un deserto grande un mondo come la Luna?».

L’attenzione per lo spazio sta tornando però.
«Questo è evidente sia a livello popolare che politico internazionale per delle attenzioni che non sono solo lunari. Penso, per esempio, alle onde gravidazionali e al rovesciamento di prospettiva che hanno portato dello spazio tempo. Molti giovani artisti stanno lavorando proprio in questa direzione».

Il ritorno del tema è legato al potenziale sbarco su Marte?
«A livello intuitivo non credo che sia Marte lo stimolo. Potrebbe esserci in questa rinnovata attenzione spaziale una certa disillusione dell’edonismo reganiano che poi è continuato nell’edonismo televisivo in fieri. Un mondo, il nostro, in cui ciascuno cerca piacere e lo trova in modo estremamente facile. Parlo di televisione soprattutto perché in Italia ha trasmesso questa dimensione del piacere individuale collegata al possedere oggetti e prodotti, donne e uomini. Con la crisi, si comincia a capire che questa dimensione capitalistica di accumulo non ha senso. Nasce una disillusione che produce la necessità di cercare altre dimensioni. Torna in gioco non solo Marte ma lo spazio in generale».

Lo spazio come zona neutra dove ricostruire qualcosa.
«O che ci possa dare delle risposte che questo mondo non è più in grado di darci. Non dico trovare ma quanto meno cercare. Un ritorno da pionieri nello spazio, in un mondo, la Terra, in cui abbiamo conosciuto tutto, dove i luoghi da scoprire sembrano essere finiti. Le persone tornano a quell’esigenza di voler capire e l’universo è un luogo che mantiene ancora molti segreti».

Desiderio di scoperta anche da un punto di vista iconografico.
«Sì, forse anche questo. Siamo saturi di immagini e la ricerca di nuovi paesaggi da vedere potrebbe essere un motore verso tematiche spaziali. Ma è vero anche che il riferimento al cosmo viene messo in scena da alcuni artisti in maniera non esplicita che collegano l’arte con la scienza in generale».

Tipo?
«Prendiamo il lavoro Clockwork di Julius Von Bismarck e Julian Charrière. Dodici betoniere accese 24 ore al giorno intente a triturare pietre. Un rumore assordante, che ricorda come l’universo abbia un suono che non siamo in grado di ascoltare a orecchio. E polvere, tantissima polvere per tutta la sala prodotta dalle pietre distrutte. Polvere che a sua volta fra milioni di anni ridiventerà pietra. Per dire come un lavoro che non è per niente scientifico tocca tematiche che riguardano in questo caso anche la geologia. Per rimanere invece in un immaginario spaziale, il Carro largo di Christian Philipp Muller, un’installazione enorme del 2008 che ricorda la collaborazione Usa Urss del 1975 quando un satellite della missione Apollo si unisce al satellite Sojuz. La missione viene ricordata come la fine della concorrenza delle due superpotenze nell’universo, sentita così importante tanto che sono stati realizzati dei pacchetti di sigarette chiamati appunto Apollo Sojuz».

La mostra

La fine del mondo è la mostra che riapre il 16 ottobre il Centro Pecci di Prato. Non un’esposizione apocalittica ma un percorso creato con l’idea di un allontanamento dalla Terra spaziale e temporale. Gli artisti chiamati rendono il legame con lo spazio in maniera profonda che non sempre corrisponde a un chiaro richiamo iconografico. In mostra, fra i tanti, Hanne Darboven con i suoi calendari sviluppati in formule matematiche, Bjork, Pippo del Bono con la ricostruzione della Classe morta di Kantor, Thomas Hirschhorn con una parte dell’installazione Crystal of resistance esposta in una bacheca che richiama nel percorso le pietre usate dai primitivi, le Amigdale, per fabbricare utensili anche loro sotto vetro. Un gioco di corsi e ricorsi, di immagini simili in momenti storici diversi vogliono richiamare la dimensione dello spazio sottolineato nell’esposizione dalla semi circolarità del nuovo edificio. Info: www.centropecci.it

Articolo tratto da Inside Art 106

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