Personaggi

L’ascesa di Amalia Ulman

Amalia Ulman l’aveva appena notata Hans Ulrich Obrist. Poi un incidente l’ha costretta in ospedale. Part I, così comincia il progetto su Instagram Excellences and perfections, proprio durante il noioso ricovero. Ma la Ulman non fa le foto che ci si aspetterebbe da un’artista in ascesa. Semi nuda ricalca l’estetica della It-Girl e butta dalla finestra la sua carriera. Poi dice di voler fare la modella e giù foto con tacchi, poi la droga, la riabilitazione e infine l’amore. Tutto falso. L’artista rivela di aver finto in tutte le foto. La storia nel mondo reale si conclude con il successo di Ulman: da Instagram alla Tate. Un’opera che costringe a pensare quale sia il significato per un lavoro nato su un social network di finire in un museo. Ne abbiamo parlato con Fiontán Moran, co-curatore alla Tate della colletiva Performing for the camera che ospitava anche la presenza di Ulman.

Amalia Ulman ha raccontato al grande pubblico una storia della sua vita completamente fittizia. Può dirci alcuni aspetti del suo progetto che considera più emblematici?
«Excellences & Perfections è un’indagine su come si costruisce un’identità sui social media. Ma è anche un’interessante esempio di un artista che, attraverso autoritratti performativi, confonde la linea che c’è tra realtà e finzione. Inoltre, realizzato usando una macchina fotografica digitale e immagini postate online, il lavoro analizza la diffusione delle immagini digitali».

L’azione performativa di fronte all’obiettivo fotografico non è una novità nella storia della fotografia. In cosa consiste, allora, l’aspetto innovativo di questo lavoro?
«Il lavoro della Ulman si presenta come un’aggiunta interessante nella storia della performance di fronte alla macchina fotografica, perché il progetto è stato creato in privato ma può essere seguito istantaneamente da un ampio pubblico».

Excellences & Perfections è un lavoro profondamente narrativo che i follower hanno seguito entusiasti per conoscerne la fine. Che ruolo pensa abbia giocato in questa storia il successo delle serie Tv?
«Una parte del successo del progetto si deve all’accurata costruzione narrativa che Ulman ha creato. Tuttavia, a differenza di uno show televisivo, le persone non erano coscienti che si trattasse di una performance, è più simile, insomma, a un reality».

Le foto del progetto sono esposte nei musei mantenendo la cornice di Instagram. Perché? Richard Prince, per esempio, non lo fa.
«La presentazione delle fotografie come stampe individuali richiama l’attenzione sulla costruzione dell’immagine che è stata attentamente composta per seguire un’estetica comune nei social media. Sebbene le immagini catturate da Instagram e i commenti fossero parte del lavoro, era importante non imitare direttamente qualcosa che fosse orginariamente un’esperienza digitale. La Tate Modern perciò esponeva sia le immagini che i post originali di Instagram che erano stati archiviati da Rhizome».

Il successo della serie sembra confermare una tendenza del social network come luogo e ispirazione per la fotografia contemporanea. È d’accordo con questa opinione?
«Durante la storia dell’arte, gli artisti si sono occupati spesso di tecnologia. I social network hanno fornito un’altra via per accedere all’arte e sono uno strumento usato per esplorare nuove idee».

Com’è possibile che un progetto di questo tipo, nato e sviluppato su internet sia ora esposto in gallerie e musei, anche in un’istituzione come la Tate Modern?
«Anche se il progetto è stato presentato online da sempre è stato concepito come un’opera d’arte il che giustifica la sua presenza anche in un museo. Significa insomma che riflette il mondo intero».

Commenti