Personaggi

Intervista con Alberto Tadiello

Un mese di artisti. Ogni settimana, dal 1 agosto al 5 settembre, tre interviste per presentarvi alcuni protagonisti della scena nazionale e internazionale. Buona lettura.

L’arte di Alberto Tadiello è un continuo oscillare tra ricerca e sperimentazione, un pendolo instancabile che affronta le tortuosità multiformi della natura, un costante rapportarsi al tempo e allo spazio circostante attraverso una traiettoria operativa che si caratterizza innanzitutto per diversificazione nell’utilizzo dei materiali. Si esprime attraverso pratiche scultoreo-installative, affidando spesso all’assemblaggio il compito di dare forma alla sua poetica. Il suo è un lavoro che interviene trasversalmente sul concetto di percezione. In particolare le sue installazioni sonore, protagoniste di High Gospel, personale allestita al Museo Villa Croce di Genova nel 2012, che si presentano come meccanismi strutturati, di forte impatto visivo nella loro componente scultorea e non sempre di facile fruizione per la diffusione di sonorità ora inavvertibili, ora disturbanti. La sua ricerca pare godere di una fluidità sempre provvisoria, di frequente aperta a novità che Tadiello stesso definisce necessaria, da assorbire con le giuste tempistiche. Un processo evolutivo che finora ha segnato il suo percorso.

Hai avuto modelli di riferimento nella tua carriera? Artisti o personaggi che ti hanno influenzato in modo particolare?
«Recentemente sono stato in Olanda per approfondire lo studio di Hieronymus Bosch, ma in realtà poi mi sono trovato di fronte Van Gogh. Qualche settimana fa ho letto la biografia di Sant’Antonio Abate, uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato in Egitto, intorno al 250 d.C., abbandonò ogni cosa per vivere nel deserto e calcare in solitudine territori affacciati sul Mar Rosso. Morì ultracentenario. Mi colpiscono molto le rappresentazioni delle sue famose tentazioni, nuvole stretchate di demoni rapaci».

L’importanza del suono e dei sistemi tecnologici che lo producono sembrano centrali nella tua poetica. Da dove nasce questo interesse?
«Nasce da un pensiero legato all’energia e al mistero che sussistono dentro una scatola nera, magnetica, che pulsa».

Alcune tue installazioni sonore costringono lo spettatore a uno sforzo visivo nell’individuazione delle strutture, ma soprattutto auditivo, nella ricezione di suoni poco familiari. Durante le fasi di creazione quanto conta il rapporto che l’opera instaurerà con il pubblico?
«Non si tratta di sistemi complessi. Anzi. Sono semplici. Pensa al suono di una sirena. Il rapporto che si instaura con il pubblico è sempre un rapporto di urgenza, necessario e istintivo. Penso anche a qualcosa di selvaggio, di estremamente basico. Universale. Ha a che fare con la sopravvivenza della specie».

Nelle installazioni sembri un esperto di articolati sistemi ingegneristici. Ti avvali della collaborazione di tecnici o realizzi le opere autonomamente?
«Mi piace fare le cose autonomamente, anche per senso di responsabilità. Mi avvalgo di collaboratori nel momento in cui alcuni step di una ricerca o di un progetto lo richiedono. Credo che la base di un modus operandi stia nello sguardo. Libero, futuro».

Il range di materiali che utilizzi è diversificato. Come procedi nella loro scelta e nel loro utilizzo?
«L’ultima personale che ho avuto da T293 a Roma, Amadablam nel 2014, è stata una collimazione di ricerche. Una strana perversione cromatica per rossetti, lacche, smalti, rimmel, ciprie, lucidalabbra. Un impasto di saponette profumate, cere, colle spray, sfumate e tirate, sfregate e pressate, passate e ripassate, innumerevoli volte. Un maquillage. Un’insistenza di velature su grandi fogli di carta vetrata nera, incollati su pannelli di mdf. Sono buchi neri e fioriture. Pale di smog amaranto. Arbre magique. I materiali si incontrano in una contraddizione feroce, abrasiva. Una dimensione visiva febbrile, tanto inquinata da essere tattile o viceversa».

BIO

1983
Nasce a Montecchio Maggiore (Vi)

2007
Si laurea allo IUAV di Venezia alla Facoltà di Arte e Design

2009
Vince il Premio Furla

2011/2012
È in residenza presso l’Iscp a New York

2015
Partecipa a Growing Roots a Palazzo Reale, Milano, retrospettiva dedicata all’arte italiana degli ultimi quindici anni attraverso le opere di dieci artisti vincitori del Premio Furla

Progetti futuri

L’artista ha sviluppato un progetto di recupero e rielaborazione di alcune componenti di un acceleratore di particelle atomiche, ora dismesso e conservato presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento. Il lavoro, vincitore del concorso indetto dall’Università di Trento e dal Mart di Rovereto, viene presentato il prossimo settembre. Si tratta di «Sculture filiformi – dice l’artista – quasi disegni. Fermati, imbullonati, appesi. Esposti e sovraesposti. Dichiarati, additati. Mostrati. La loro estetica è un farsi di catene, funi d’acciaio, morsetti, golfari, anelli metallici. Il loro linguaggio visivo parla la stessa lingua di un cantiere. È dispiegarsi in evoluzione. Sono carichi sospesi. Perennemente temporanei. Eleganti zavorre, espongono la gravità dei corpi. Agganciati all’architrave centrale della navata di accesso, si difendono in una posizione di riparo. Incontrano l’estetica dello spazio che li ospita».

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