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Monday, Camille Henrot

Se la settimana è realmente una costruzione umana, una finzione creata appositamente per dividere il mese e cadenzarlo in appuntamenti più brevi, certamente quella sequenza di sette giorni ha un inizio e una fine e il lunedì è una realtà difficile da accettare per molti. Il primo giorno della settimana è un equilibrio imperfetto tra la voglia di mettere la testa a posto e quello stato melanconico che fa sentire mancanza di tutto e bisogno di niente. A Roma con la sua prima personale, dopo il periodo di residenza della scorsa estate nella Capitale, la francese Camille Henrot, classe 1978, nome ormai affermato della scena artistica contemporanea – in particolare dopo l’ultima Biennale d’Arte a Venezia – approda negli spazi della Fondazione Memmo con un progetto, dal titolo Moday per l’appunto, che riconferma il suo taglio originale e la voglia di sperimentare spunti sempre nuovi.

L’artista scopre le umane fragilità di tutti i giorni, mettendosi a nudo ironicamente in prima persona: dalla difficoltà di alzarsi al mattino del primo giorno dopo la domenica (Derelitta, 2016) alla mania per il fitness, che porta persone di ogni genere nel loop della perfezione fisica e le continue diete disintossicanti, di cui ci si ricorda proprio al lunedì (Contrology, 2016). In un alternarsi fra grandi bronzi – che ricalcano i caratteri stilistici delle fontane barocche romane o dei grandi leoni o animali mitologici incastonati nel marmo delle vestigia classiche – e il meraviglioso ciclo di affreschi site-specific – che ricordano lo stile di un Henri Matisse nella scelta dei colori, rivistato in chiave contemporanea – Henrot costruisce un percorso in cui astrologia e oroscopi si ripetono, in una rilettura assolutamente fresca e originale di una condizione umana continuamente assoggettata a un’ansia da prestazione nei confronti della propria esistenza. Convinzioni, mode, dicerie, modi di fare, regole più o meno scritte che determinano azioni e comportamenti di ogni giorno. Così un atleta si ritrova da solo sul podio o un animale parlante può diventare Papa, una figura attende, tra le lacrime, l’arrivo di un messaggio che forse il suo iPad non ha mai inviato o che non riceverà affatto. Questo diventa il moon day secondo l’artista: quel momento subito dopo il weekend, da cui si eredita una sorta di speranza propiziatoria per la nuova settimana in entrata. Che cosa succederà? O meglio, cosa potrebbe ancora succedere? È «la possibilità di un cambiamento profondo» che si percepisce ma forse non arriva, una fatica che difficilmente si potrebbe descrivere a parole e che la Henrot perfettamente traduce in immagini, trasformando radicalmente gli spazi delle Scuderie di Palazzo Ruspoli persino in quella linea che sembra una carta da parati (In the Doldrums, 2016, dall’inglese ‘senso di malinconia’ che avvolge letteralmente tutto l’area espositiva) .

Lo scorrere del tempo, il ticchettio non scritto che incede come la ritualità ripetitiva del Charlie Chaplin in Tempi Moderni trova il suo apice nel grande zootropio (A May Horoscope), che mette in scena una folla di cani che scorrono veloci intorno a un albero della cuccagna. L’immagine, che rimanda ironicamente ai dog-sitter newyorkesi, sottolinea ancora una volta la dipendenza umana dalle regole, il continuo piegarsi a una serie di dettami, fra i quali l’oroscopo torna come forma di inconsapevole schiavitù. Sull’anello più esterno dei cerchi rotanti un rasoio taglia dei belli che ricrescono, infiniti, sulla carne. Il tempo diventa una linea senza soluzione di continuità. Nei prossimi mesi l’artista sarà presente al Museo MADRE di Napoli con una grande mostra in collaborazione con la Fondazione e a cura di Cloé Perrone, dedicata ai disegni e ai bozzetti preparatori realizzati dall’artista in preparazione al progetto Monday. Il lunedì non è che il primo dei sette giorni cui Camille si consacrerà nel sua personale ospitata presso il Palais de Tokyo a Parigi, a cura di Daria de Beauvais, in occasione del programma Carte blanche che coinvolge tutti gli spazi  espositivi.

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