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Kobane calling

«Riprenderà i due non reportage dalle porte di Kobane e dal Kurdistan siriano fatti l’anno scorso per Internazionale (una sessantina di pagine), più altre circa 200 pagine inedite che sono una specie di diario di un viaggio tra Turchia, Iraq e Siria, fatto insieme a Rojava calling». Così Zerocalcare sul suo blog in merito a Kobane calling (Bao publishing, 272 pagine, 20 euro), il nuovo libro del fumettista aretino ma romano d’adozione. «Tre viaggi, Turchia, Iraq, Siria. Il Kurdistan come i telegiornali non lo raccontano. Le macerie di Kobane e un popolo intero in guerra per difendere il proprio diritto a esistere, proteggendo labili confini la cui esistenza non è sancita da nessun atlante geografico», si legge nel testo di presentazione di un volume («facce, parole e scarabocchi da Rebibbia al confine turco siriano», è l’apertura) che il trentaduenne Michele Rech – questo il suo nome all’anagrafe – descrive come «una testimonianza a fumetti, il più possibile sincera, di quello che abbiamo visto in quei territori, tra quelle popolazioni che non stanno solo resistendo all’Isis ma pure provando a inventarsi un sistema di vita e di convivenza che qua non racconta mai nessuno, perché fa più click uno che sega la capoccia a un altro».

Quindi l’autore tiene a precisare cosa, soprattutto, non è Kobane calling (il cui titolo riprende il brano dei Clash, London calling, «che sono tipo il mio gruppo preferito della vita», ammette): «Un grande racconto di fiction con una solida sceneggiatura studiata a tavolino, uno snuff comic con tutte decapitazioni e crocifissioni, un fumetto con delle anatomie disegnate bene». Ecco dunque che in questo libro Zerocalcare, con sguardo lucido e solo a tratti ironico, racconta una delle più importanti battaglie per la libertà silenziosamente in corso. Certo lo fa con il suo stile, i rimandi ai popolari cartoni degli anni Ottanta ci sono, ma stavolta vicende personali (vedi Dimentica il mio nome, dove la morte della nonna materna diventa l’occasione, per Michele, di scoprire la sua vera storia) o invasioni di zombie a Rebibbia (in Dodici, dove i pochi sopravvissuti devono cercare un modo per scappare) sono accantonate. Dunque, senza ergersi a giudice né voler insegnare niente a nessuno («fare il maestrino mi fa orrore») Zerocalcare getta luce su una realtà di cui molti parlano, ma che pochi conoscono davvero, soprattutto in prima persona («ora per la prima volta sento che il centro del mondo è qui»). Ed è lui, per primo, a mettersi in discussione, come quando descrive di trovarsi «in un villaggio con le case di fango e senza una cazzo di tazza del cesso, ma dove un pischello di notte saluta la sua ragazza in videochiamata su skype». Oppure quando riconosce: «A me risulta difficile concepire un’appartenenza diversa dal mio quartiere. Forse però ci sono cose che trascendono la geografia e parlano ad altre corde, che manco sappiamo di avere».

Info: www.baopublishing.it

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