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Musei Vaticani, un esempio da imitare

Il prof. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani dal 2007, è nato a Rimini nel 1939. Nella sua carriera di storico dell’arte, ha svolto incarichi apicali nelle più importanti istituzioni culturali italiane. È stato Ministro per i beni culturali e ambientali e Sovrintendente al Polo Museale Fiorentino, poi a Venezia, Verona e Mantova. Allievo di Roberto Longhi, ha realizzato diverse pubblicazioni, tra cui monografie, come quella sul Battistero di San Giovanni a Firenze o sulle Pietà di Michelangelo, o ancora I Musei italiani: diario di un sovrintendente – ministro, edito da Sillabe nel 1996. Ai Musei Vaticani ha portato una ventata di nuovo e i numeri gli danno ragione: nel 2015 i visitatori hanno raggiunto i sei milioni, record nella storia di questa collezione. Nello stile gestionale coniuga obiettivi tecnici, come l’impianto d’illuminazione a Led della Cappella Sistina o la nuova climatizzazione per migliorare la conservazione dei capolavori e la loro fruibilità, con l’attività di coordinamento di preziose ricerche, che mettono in comunione i Musei Vaticani con altre realtà d’arte, grazie al contributo intellettuale e concreto di studiosi da tutto il mondo. Con stile da umanista e in un clima di sapore rinascimentale favorisce scambi d’idee attraverso varie iniziative e sinergie. Con Paolucci sono anche nati appuntamenti imperdibili come Il Giovedì dei MuseiIn otto anni ha realizzato molto, ma nuovi sogni sono in cantiere. Con questa intervista Inside Art li svela anche a voi, insieme a riflessioni sullo stato dell’arte ai tempi del Giubileo di Papa Francesco.

Quali fattori rendono i Musei Vaticani un esempio da imitare nella gestione museale?
«Al centro sta l’estrema preparazione e professionalità di tutti i dipendenti, qualunque sia la loro mansione, dai tecnici ai restauratori al personale tutto. All’offerta museale affianchiamo diverse attività culturali: conferenze, presentazione di libri, di restauri. Abbiamo un servizio editoriale importante. Attualmente è appena uscita l’edizione scientifica del restauro della Cappello Paolina, che fa parte dei Palazzi Apostolici. Ci sono i famosi affreschi di Michelangelo, La conversione di Saulo o La crocefissione di Pietro. Lo scorso autunno abbiamo prodotto e distribuito in tutto il mondo gli Atti del Convegno sul restauro della Cappella Sistina. E sui nuovi impianti di climatizzazione abbattimento di inquinanti, controllo di umidità e temperatura. L’attività scientifica si accompagna poi a un servizio al pubblico imponente. I Musei Vaticani hanno inoltre un Dipartimento etnografico di somma importanza, che oggi è in fase di riordino e che per la Santa Sede sta diventando strumento importante di politica culturale a livello internazionale. Facciamo mostre in America Latina, Indonesia, nell’Est Asiatico. E ci auguriamo di sbarcare presto in Cina. Il pontefice Francesco incoraggia molto queste iniziative, ma il merito è anche di Padre Nicola Mapelli che è l’etnografo che governa il Dipartimento di Etnografia. Sono rappresentate e documentate tutte le civiltà del mondo, in sintonia col linguaggio universale della Chiesa».

Che riflessioni può farci sul recente libro del Papa sull’arte?
«È un discorso che si inserisce bene nell’idea pastorale di Papa Francesco. L’arte deve essere destinata a tutti, soprattutto ai reietti e ai marginali della terra, a quelli che il Santo Padre chiama “gli scartati”. Nel libro ci sono esempi interessanti di capolavori nati dal riciclo. Come l’Obelisco di Piazza San Pietro, che prima si trovava nel Circo di Caligola e poi è stato messo in piazza. O quel meraviglioso “scarto” che è il Torso del Belvedere. Nella storia dell’arte ci sono parecchi esempi di riciclo, di opere che acquistano nuova ubicazione, dignità e significato. E Francesco connette il discorso sull’arte alla sua visione politica sociale ed economica».

Da sempre la Chiesa conferisce all’arte una funzione fondamentale, la intende come forma di rivelazione divina per toccare nel profondo l’anima dei fedeli. La Cappella Sistina stessa è un esempio di vangelo attraverso l’arte. Attualmente esiste una forma di mecenatismo per veicolare spiritualità con l’arte?
«Una delle cose di cui sono più orgoglioso è che nelle ultime due edizioni della Biennale di Venezia la Santa Sede e i Musei Vaticani sono stati presenti con un Padiglione, perché la chiesa cerca di essere presente nel dibattito artistico».

L’incontro con altre arti nei vostri spazi?
«L’estate, quando apriamo i musei di sera per la visita in notturna, dentro i Musei o nei Giardini ci sono audizioni musicali. Partecipano orchestre di prestigio, come pure l’Orchestra di Santa Cecilia».

 Ci suono nuovi progetti in cantiere?
«Sto cercando i finanziamenti per la climatizzazione della Pinacoteca Vaticana. Quella attuale è una scatola costruita negli anni Trenta dall’architetto Beltrami, molto bella, ma manca di servizi oggi ritenuti fondamentali, come il controllo di temperatura e umidità. Costerà 30 milioni e dovrebbe metterlo in pratica la Carrier, che ha messo a punto la climatizzazione della Cappella Sistina. Un obiettivo scientifico è invece il restauro della Sala di Costantino. Sta venendo fuori qualcosa di straordinario, utile per capire la Scuola di Raffaello degli anni Venti del ’500. Perché tutto nasce da lì: Poussin, Rubens. I nostri restauratori si occupano anche di opere di altri luoghi d’arte. Ad esempio abbiamo rapporti continui con Loreto, perché nel nostro laboratorio stiamo restaurando delle loro opere».

Cosa pensa delle ultime scelte del Ministero dei beni culturali?
«L’Art bonus è sicuramente una misura di valore, ma sono invece molto critico sulla eliminazione delle sovrintendenze archeologiche. Ma ci vorrebbe troppo tempo per parlarne».

 

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