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Skin Tales

Si legge Emmanuelle, Francesca, Lisa in calce alle fotografie della giovane fotografa Lady Tarin e sono i nomi reali delle sue modelle. Un nome per un volto e per un corpo, in grado di offrire l’eros di quella particolare persona, prima che modella. Un lavoro prima di tutto sul chi per arrivare al cosa, ovvero a un erotismo immateriale quanto potente, che abbia tutto sommato la forma di una certa lei. Così Lady Tarin sceglie di ritrarre le figure femminili con il suo obiettivo, rigorosamente in analogico, lavorando in questa direzione ormai da diversi anni e oltremodo in controtendenza. Il trucco pesante, le pose forzate o le luci abbaglianti dei flash dove sono finiti? Come confessa: «sono quelle che rinforzano un sistema di allontanamento fra uomini e donne». Cerca di lavorare lontano dagli studi e dal tipo di immagini glam che illuminano i corpi spesso in un appiattito chiarore, preferendo a questi gli ambienti domestici, con le luci abbassate e calibrate che scolpiscono le forme e danno sostanza agli sguardi. Skin Tales è il titolo della sua mostra milanese, curata da Rossella Farinotti in questi giorni alla Galleria BeatTricks di Milano, fino al 22 aprile. Piccole storie, realizzate anche con la polaroid, all’insegna comunque dell’analogico che solo può garantire quella sensazione “di pelle”, necessaria all’espressione dell’eros. Con diversi lavori prestigiosi alle spalle, le collettive Nu – Collective about nude, Marselleria a Milano nel 2014, Le Dictateur n.3 – Special issue for Tate Modern’s 10th Anniversary nel 2010 e il documentario Next Girl di SkyArte, Lady Tarin è una gradita sorpresa, che marcia felicemente in senso opposto e che soprattutto raggiunge il suo scopo, perché le sue foto, se le guardi, fanno venire voglia di fare l’amore. Queste le sue parole e i suoi punti di vista.

Da quando fotografi corpi nudi? E di donna?
«L’opportunità di scattare il nudo è arrivata con GQ nel 2008. Stavano testando nuovi fotografi per una rubrica chiamata Next Girl. All’inizio ero perplessa, non amavo le immagini di nudo delle riviste maschili. Poi ho capito che potevo rappresentare un diverso tipo di erotismo, esprimendo la potenza del soggetto attraverso il nudo. Nei nudi in generale vedevo solo il desiderio di occupare un corpo senza amarlo. Inizialmente ho fatto un lavoro di sottrazione, eliminando quello che non mi piaceva, trucco pesante, atteggiamenti forzati, luci da studio. Sono rimasta sola con il soggetto. A questo punto è iniziata la mia ricerca».

Scatti in analogico, è una scelta che giustifica oggettivamente per te dei vantaggi di questa tecnica o è un rifiuto del digitale?
«L’utilizzo della pellicola focalizza quello che per me è il momento più importante, la ripresa. Ma la ragione principale è la resa della pelle del corpo su un supporto fisico. Il digitale è molto funzionale per il lavoro commerciale dove l’immagine finale viene elaborata. Quando si lavora in team può velocizzare alcuni aspetti».

La nudità è ciò che per la maggior parte del nostro quotidiano teniamo segreta, rivelarla con la fotografia significa svelare la nostra immagine più vulnerabile o al contrario la nostra forza?
«Quando siamo centrati siamo consapevoli della nostra forza. Durante lo shooting lavoro su questo, cerco di portare la donna a una consapevolezza di sé, del proprio potenziale. Le donne spesso ostentano una sicurezza che nasconde un certo disagio. Mi sono resa conto che le più apparentemente sicure sono intimamente molto fragili».

Fino a qualche decennio fa, la fotografia erotica era chiusa in spazi ristrettissimi e affidata semmai solo alla pellicola. Sembra che la società contemporanea sia in grado di accettarla in toto, o è solo un’illusione?
«La mia impressione è che oggi sia stata accettata solo la pornografia, dove il ruolo diventa più importante del soggetto. Si è perso l’atteggiamento giocoso che si poteva trovare in passato in cui la prestazione è un pretesto. Le donne erano più espressive forse grazie a un approccio ingenuo, forse c’era più improvvisazione e meno disprezzo. Le immagini più diffuse e accettate sono quelle che rinforzano un sistema di allontanamento fra uomini e donne».

Quale legame lega te e le tue modelle? Si tratta di legame ‘chimico’ o legami di altra natura?
«Un legame che nasce dall’empatia, di solito piuttosto immediato. Cerco nella donna che ritraggo un potenziale da esaltare al massimo».

In tante fotografie compare il nome della modella, dettaglio non da poco. Come mai questa scelta?
«Mi sembrava il modo più adatto per mantenere una fedeltà al soggetto. Dalla scelta del luogo a quella della lingerie, tutto riconduce alla persona. Inoltre non sono modelle che stanno recitando una parte. Sono donne, stanno esprimendo il loro modo di essere».

Al momento della ripresa tu sei una complice, un’inquilina che condivide lo stesso spazio della modella o una regista del racconto in atto?
«Assolutamente complice. Coinvolgo la donna che sto fotografando grazie a una profonda comprensione che è avvenuta innanzitutto verso me stessa. E, aspetto non secondario, non giudico. Il rapporto che si instaura è il filo conduttore. Tutte le altre sono scelte funzionali a questo aspetto».

Un corpo con una bellezza divers’ da quella che noi oggi riteniamo tale o addirittura deturpato può arrivare allo stesso grado di eros?
«L’eros non è legato alla bellezza, contribuisce a crearla. Vedo molte donne belle, secondo i canoni contemporanei, con le quali non potrei creare un rapporto di complicità. Questo avviene quando sono troppo ‘stereotipate’ succubi di un atteggiamento conforme».

Hai mai pensato di fotografare uomini nello stesso modo in cui guardi le donne?
«Ho pensato di fotografare uomini ma non potrebbe essere nello stesso modo. Non posso identificarmi in un uomo per cui tutta la dinamica sarebbe diversa. I nostri percorsi sono diversi. Cresciamo in una società che tende a creare una netta separazione fra uomini e donne sottolineando fin dall’infanzia le differenze legate al sesso. Mentre siamo vicino da un punto di vista esistenziale. Penso andrebbe cambiato soprattutto il modo in cui le donne vengono educate. È importante riappropriarsi di se stesse senza necessariamente sentirsi solo parte di un sistema da compiacere».

In che senso?
«Il mio modo di lavorare si basa sull’incontro con l’altra persona. È una relazione. Svilupparlo con me stessa sarebbe diverso perché in generale non amo molto gli autoritratti, solo in alcuni casi c’è una forte introspezione e in molti altri è un atto narcisistico. Voler vedere il fotografo che si autoritrae mi sembra un desiderio voyeristico del pubblico».

Quali autori ti hanno influenzata?
«Man Ray per l’intimità e l’apparente semplicità delle suoi ritratti. Helmut Newton per la potenza delle sue immagini, che credo siano state possibili anche grazie al contributo della moglie June. Si sente la complicità di una coppia che ha saputo sviluppare una visione unica. Ho guardato molto Ophuls, Pasolini, Bunuel. Amato i racconti di Maupassant, Schnitzler, Tanizaki. I disegni di Bellmer, Rodin e molti altri. La donna che mi ha ispirato di più è stata Coco Chanel con la sua rivoluzione legata alla moda ha dato alle donne la possibilità di muoversi, quindi di agire, pensare, osare.

Fotograficamente parlando vorresti rivivere qualche momento o esperienza d’avanguardia del passato?
«Rivivrei gli anni ’20- ’30 in generale. Sono infatti affascinata da quegli anni per l’architettura, l’arte, la moda. E il caschetto di Louise Brooks».

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