Eventi

Worlds of Words/Goods of Gods

Il 13 febbraio ha inaugurato alla Triennale di Milano la prima mostra italiana dedicata all’artista cinese Xu Bing (Cina, 1955), Worlds of Words/Goods of Gods, a cura di Hans de Wolf; una rilettura dell’opera dell’artista cinese The Character of Characters del 2013, qui messa a confronto con le 426 sillabe dell’artista africano Frédéric Bruly Bouabré (il cosiddetto Alphabet Bété) e con altri lavori firmati Marcel Broodthaers, Alighiero Boetti, Piero Manzoni, Le Corbusier, Guy Rombouts e il genio indiano Jyvia Soma Mashe. Nella prima versione del lavoro, Xu Bing aveva pensato ad un’animazione video proiettata su una parete simile ad una pergamena che mostrava come i primi caratteri della lingua cinese scritta fossero nati dall’osservazione della natura. Quello stesso anno, il 2013, la Biennale di Venezia aveva accolto per la prima volta oltre cento artisti cinesi in ben otto padiglioni che, tuttavia, ricevettero pochissime attenzioni, come a testimoniare un certo isolamento e una scarsa competitività della Cina nel panorama artistico contemporaneo internazionale. E fu così che, sempre in quell’anno, il curatore della mostra, Hans de Wolf, vedendo questi due fenomeni così diversi e potenti allo stesso tempo, decise in collaborazione con Xu Bing di portare a Bruxelles otto artisti cinesi d’eccellenza e di metterli a confronto con i loro colleghi occidentali. L’idea era quella, attraverso le varie stanze dell’esposizione, di rendere il pubblico parte di un dialogo continuo tra artisti in uno spirito universale.

Non a caso, per questa operazione, la scelta del curatore ricadde su Xu Bing, tra i massimi esponenti dell’arte contemporanea cinese, il quale oltre ad essere conosciuto per le stampe e per le sue grandi istallazioni viene ricordato soprattutto per l’uso creativo che nel corso degli anni ha fatto del linguaggio giocando incessantemente col suo ruolo, le sue potenzialità e concretezza. Esplorando vari media, Xu Bing ha creato, a partire dagli anni ’80 circa, istallazioni tese a riconsiderare il ruolo della comunicazione dimostrando, in molti casi, come fosse facile manipolare il senso delle parole. Incisivo, per la formazione della sua poetica, è stato il contesto sociale e culturale cinese particolarmente tumultuoso nel quale è cresciuto (prima di trasferirsi negli Stati Uniti dopo i tragici fatti di piazza Tienanmen); gli anni del regime di Mao Zedong, infatti, gli permisero di approfondire il paradosso tra il potere e la volubilità del linguaggio o, più ancora, di esplorare il valore dell’essere umano e come la nostra percezione delle cose possa cambiare la visione che si ha del mondo intero. Attenzioni, queste, trasmessegli direttamente dal padre che lo invitò, attraverso l’insegnamento dell’arte calligrafica, a non limitarsi a copiare perfettamente i crittogrammi, ma a catturare il loro spirito e la loro vera essenza. Negli anni della riforma culturale Maoista (di omologazione del liguaggio), l’esperienza personale di Xu Bing lo portò a enfatizzare l’immortalità e la capacità creativa delle parole rendendo il linguaggio plasmabile e libero.
Info: www.triennale.org/it/mostre/incorso

Commenti