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Gianni Piacentino a Milano

A fare gli onori della curatela è stavolta Germano Celant (Genova, 1940) e lo fa con un’esposizione antologica al contrario. Dopo i blocchi per le sculture antiche di Salvatore Settis (Rosarno, 1941) e gli spazi limpidi lasciati ai movimenti dei danzatori con Virgilio Sieni (Firenze 1957), sono ora alte pareti color crema a scandire il passaggio del visitatore. Come in un spazio altro dalla realtà, le opere esposte paiono galleggiare prive d’ombra sui grandi pannelli che racchiudono in modo irregolare l’ambiente: eliche, pale e agili strutture d’idrovolanti a terra accolgono così il visitatore in uno schema perfettamente riuscito di pieni e di vuoti, di linee dritte e curve armoniche.

Le opere più recenti dell’artista stanno lì, in tutti i toni del grigio e del blu cobalto, a giocare con la memoria del visitatore più informato che sempre aveva sentito parlare di un Piacentino artista minimal. La provocazione di chi ha pensato l’esposizione si fa subito chiara: impossibile è infatti ignorare gli stemmi e le buffe forme degli idrovolanti esposti come cimeli, tutti evidentemente posticci, tutti evidentemente appartenenti a quella dimensione pop che da sempre strizza l’occhio alla cultura industriale. Se ciò non bastasse a sfatare le speranze di chi cerca in tali opere le rassicuranti risposte dei manuali di storia dell’arte, la scelta espositiva porta pure l’inconfondibile tassonomia scientifica cara all’ironia dei maestri della pop art. Gli oggetti stanno in fila, l’uno adiacente all’altro, come pezzi di ricambio in un magazzino militare.

I monocromi sono solo al piano superiore, dove i toni pastello delle opere si fanno variopinti e dove lo spettatore può ritrovare le geometrie e la purezza minimale che fin dall’inizio attendeva. Nessuna aspettativa tradita, quindi, ma solo un po’ imbrogliata. Quella alla Fondazione Prada è un’esposizione che riesce perfettamente nel suo intento, che lascia il visitatore a riflettere sulla sua statica visione della storia dell’arte e dell’attività artistica e su quanto tale staticità sia oggi inappropriata. Una mostra che vuole illustrare il lavoro di un artista ormai storicizzato e lo fa puntualmente. Una mostra, però, dove la magistrale orchestrazione dell’allestimento finisce, nonostante il suo candore, a farsi notare più delle opere esposte. L’ammicco dato al visitatore con scorci inaspettati non bilancia la serialità dei lavori esposti, la sovrasta restando impresso nelle menti forse più del soggetto principale. Una piccola nota, quindi, su un esperimento comunque riuscito che conferma il Podium come struttura espositiva di rifermento per la fondazione milanese.

Fino al 10 gennaio; Fondazione Prada, Largo Isarco 2, Milano; info: www.fondazioneprada.org

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