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Philippe Parreno, Hypothesis

Si deve attraversare tutto l’Hangar Bicocca per giungere alla grande istallazione immersiva che è Hypothesis. Si deve lasciare alle spalle la grande personale di Damián Ortega (fino a 8 novembre) ospitata nello Shed per calarsi nel buio totale, tra squarci di luce improvvisi e musiche al piano che riportano Milano indietro di un paio d’anni, quando Palazzo Cusani suonava al ritmo delle opere di Allora e Calzadilla. Qui non vi è però alcun musicista e le melodie diffondono suoni delicati e soffusi, come l’atmosfera generale e come la moltitudine di visitatori che, se in genere all’Hangar si dipana senza requie, tiene stavolta un passo incerto, come stordita da ciò che la circonda.

Le navate dell’Hangar Bicocca mostrano fino al prossimo febbraio qualcosa di nuovo, ma chiamarlo ipotesi, risulta solo un gioco di parole: il curatore Andrea Lissoni (Milano, 1970), di comune accordo con Philippe Parreno (Orano, 1964), ha scelto con grande cognizione di sperimentare un nuovo dispositivo per presentare le opere dell’artista. Nessuna successione, alcun ordine, ma un’unica istallazione in cui molti tra i lavori più significativi di Parreno si incontrano e si scontrano abbattendo qualsiasi schema preconcetto, così come ogni confine spazio-temporale. Le luci improvvise sono perciò quelle delle diciannove Marquees (realizzate tra il 2006 e il 2015) che formano Danny the Street, un lungo corridoio di strutture in plexiglass che, pendenti dal soffitto, illuminano a intermittenza mentre Another Day with Another Sun (2014), un riflettore disposto su un perno scorrevole al lato dello spazio, lo percorre interamente creando come delle maschere cinesi con le strutture centrali. Sul lungo fascio di stoffa bianca che permette a questa sorta di sole il suo gioco d’ombre, si susseguono alcuni tra i video più celebri dell’artista, incantando ogni volta il pubblico per poi interromperne bruscamente l’attenzione con suoni esterni provenienti da ogni dove, come fossero presenze sconosciute.

Al visitatore rapito dal corpus centrale, resta solo da ricordare di percorrere in lungo e in largo gli spazi di quest’esposizione. È infatti impossibile ignorare Set elements for Walkaround Time, l’opera di Jasper Jones (Augusta, 1930) del 1968, realizzata a partire da un’opera di Duchamp (1887-1968) per una del coreografo Merce Cunningham (1919-1999), e posta dall’artista al principio della mostra, in quanto inno alla commistione tra le arti. Non è però così automatico notare opere come Mont Analogue (2001) o Snow Dancing (1995), istallati in disparte rispetto alla struttura principale di questo grande meccanismo espositivo.

L’Hangar torna con Hypothesis a respirare quel senso di esperienzialità che tanto lo aveva contraddistinto in passato con personali quali quelle di Cildo Meireles, Dieter Roth, Ragnar Kjiartansson o Tomás Saraceno: non un percorso espositivo ma un episodio che consegna al visitatore i suoi tanti piani di lettura, lasciandolo scosso ma spingendolo a voler tornare, a saperne di più.

Fino al 14 febbraio 2016; fondazione Hangar Bicocca, via Chiese 2, Milano; info: www.hangarbicocca.org

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