Spazi

Gallerie Online

Si fa presto a dire gallerie online, più difficile è capire di cosa stiamo parlando. Qualunque sia il loro ordine e grado o il loro scopo, è chiaro che questi spazi virtuali sono l’ultima tappa di un percorso iniziato almeno un secolo fa. Come ci siamo convinti a fare a meno di un oggetto, vederlo, fruirne e casomai comprarlo senza neanche toccarlo? Con tutta evidenza il punto non è più l’oggetto ma quello che questo rappresenta per l’artista, il collezionista o chi per lui. Tale concezione dell’opera dà inizio alla contemporaneità, segnata dal progressivo mutamento di negazione del lavoro come oggetto, verso, per dirla con Clement Greenberg, una sdefinizione di arte. Aria di Parigi di Marcel Duchamp e la stanza vuota di Yves Klein non sono che due tra gli infiniti esempi che possiamo citare. Una volta che l’arte non è più nell’oggetto diventa processo. Una volta che non c’è più nulla da attaccare ai chiodi di una galleria, gli artisti abbandonano le pareti.

A una crisi dell’oggetto corrisponde una crisi dello spazio. Crisi dello spazio mai risolta che costringe a ripensare il museo stesso. Scrive Jean Clair: ”Supponiamo che la nostra civiltà si sia estinta da secoli. Un giorno gli archeologi riuscirebbero a risalire a ciò che eravamo basandosi sui monumenti sopravvissuti, dalla forma degli edifici dedurrebbero la funzione. Ma un monumento resterebbe incomprensibile: il museo”. Figlia di questi problemi è la galleria online che lontana dal risolverli, si pone come l’ultima pietra miliare di un cammino incerto. Alle questioni di oggetto e spazio si aggiungono anche le ragioni della rete e, più in generale, quelle dello schermo. L’arte per secoli è stata la sola a detenere il dominio delle immagini, primato che comincia a vacillare con la fotografia, poi con il cinema e la televisione per cedere all’immenso archivio di fotografie che è la rete. Vedere un’opera dietro uno schermo da tempo ci risulta normale. Parallela al discorso artistico c’è poi un’evidente smaterializzazione della realtà: anche musica ed editoria spostano la loro casa sulla rete. Fra crisi dell’oggetto, dello spazio espositivo, la quotidiana percezione di opere dietro lo schermo e la migrazione generale sul web, la galleria online non dovrebbe più sorprenderci. È arte allo stato gassoso come l’ha definita Yves Michaud: ”È ovunque e ce n’è anche troppa, in tutte le forme possibili e immaginabili”.

Sono almeno tre, invece, le forme che assumono gli spazi online: didattico, commerciale e sperimentale. Nella prima rientrano i musei con le loro collezioni online, nella seconda quelle gallerie virtuali, legate o meno a uno spazio fisico, e dedicate esclusivamente alla vendita di opere. Più simile, infine, a una galleria tradizionale, con tanto di curatore, inaugurazione, durata della mostra e artista, è la terza categoria. Greta Boldorini, Paola Paleari e Andrea Pergola sono tre componenti del gruppo che gestisce una galleria online: asa nisi masa.

La loro esperienza testimonia come dinamiche di spazi reali possano trasferirsi in dimensioni virtuali e come anche uno spazio che non esiste possa avere dei costi. «Anche se esonerata dall’affitto di un ambiente reale – spiega Andrea – la galleria online ha delle spese a partire dall’url fino al curatore e programmatore della mostra». Simile al falegname che realizza cornici, il programmatore è una figura a metà fra il tecnico e l’artistico che confina uno spazio infinito dove poi è possibile operare. «Ogni nuova mostra – continua – è la creazione di un nuovo spazio, di nuovi confini con tutti i limiti e le potenzialità tecniche che una programmazione comporta». Le mostre nella galleria sono pensate per la galleria, progetti site specific che per questo possono avere una loro commerciabilità: «Stiamo cercando di capire – dice Greta – come affrontare autonomamente i costi dello spazio. Se per esempio proporre un biglietto, come nei musei, per continuare a vedere la mostra, finito il mese di programmazione; o dare la possibilità di scaricare l’esposizione sul proprio computer». È nell’idea della possibilità di un download che capiamo «quanto internet – spiega Paola – sia per ora più che altro una vetrina per la galleria. È sulla rete ma non è costruita con la rete, tanto che può funzionare anche offline. Stiamo studiando, però, come lavorare di più con il web, casomai facendo interagire il visitatore sia con la mostra che con altri visitatori».

Progetti e idee che riflettono un’attenzione particolare per lo schermo considerato come un supporto al pari di una tela. Risultati per forza di cose sperimentali, perché è inedita la collaborazione fra programmatori e artisti, fra artisti e spazi online, fra spazi online e visitatori, fra visitatori e inaugurazioni cibernetiche dove non è più importante l’outfit ma la grandezza e la distanza dello schermo dal divano di casa. E ci dispiace, così, dover contraddire Ennio Flaiano quando scriveva: “Il film è l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore resta immobile”.

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