Belpaese - Interventi

Kentridge e il suo omaggio a Roma

21 aprile 2016, Natale di Roma. Un corteo di musicisti e figuranti percorre le banchine del Tevere, in quel tratto rettilineo lungo quanto il Circo Massimo che va da Ponte Sisto a Ponte Mazzini. Suoni forti e antichi, passi ritmici e quasi tribali, tra l’invasamento bacchico e la contemplazione apollinea il corteo sembra disvelare una narrazione lunga molti secoli, fatta di luce, sui muraglioni sabaudi che hanno allontanato il Tevere da Roma per troppo tempo. È il racconto che William Kentridge sta costruendo, letteralmente forgiando sulla storia di Roma: una sequenza di trionfi e lamenti (Triumphs and Laments è appunto il titolo di questo intervento quasi indefinibile) che due giorni di festa (il 21 e il 22 aprile) faranno partire ufficialmente dando vita a un fregio narrativo composto da ottanta figure alte fino a dodici metri che il volgere della luce solare e lunare, insieme all’illuminazione degli eventi che vi si svolgono, renderanno mobili e cangianti.

Non è, come qualcuno ha voluto credere, un graffito o un dipinto. È un’opera realizzata per sottrazione, grazie a un getto controllato d’acqua pura che elimina selettivamente l’accumulo biologico e la semplice ma greve sporcizia che caratterizzano i muraglioni. Un lungo e grande stencil, del quale Kentridge e la sua squadra stanno fabbricando le maschere che faranno da contorno al getto d’acqua. Alla fine, le figure si leggeranno grazie al contrasto tra la superficie pulita dei muraglioni e lo sporco decennale. Ci è voluto del tempo, ma adesso hanno capito tutti che si tratta di un intervento quasi impalpabile, che lo scorrere del tempo farà gradualmente attenuare fino a scomparire. Una lezione forte, in una città abituata al dogma che l’arte sia ”aere perennius” (neanche i latini ci cascavano, per loro più longevo del bronzo era l’amore). Ma il Tevere potrà essere restituito alla città, tornandone la spina dorsale e il segno identitario, seguendo il progetto strategico di Tevereterno, l’associazione che ha concepito il pro-getto e che ne sovrintenderà la realizzazione.

Aveva cominciato Kristin Jones, fondatrice di Tevereterno insieme a Carlo Gasparrini, Rosario Pavia e Luca Zevi. Sue erano le lupe che, con la stessa tecnica sottrattiva, sembravano camminare lungo le banchine di questo tratto del Tevere che l’artista newyorchese ha battezzato Piazza Tevere. Già dieci anni fa Kristin Jones aveva chiesto a Kentridge di concepire un progetto narrativo per quel tratto del fiume. Adesso, dopo discussioni, qualche polemica e un percorso burocratico non sempre rapido, si parte. L’hanno presentato ieri al Macro di via Nizza lo stesso Kentridge insieme a Kristin Jones, con il convinto e motivato sostegno del Comune di Roma (l’assessore Giovanna Marinelli ha confermato l’entusiasmo dell’intera amministrazione capitolina) e la soddisfatta partecipazione di Luca Zevi e Valeria Sassanelli, presidente e vice presidente di Tevereterno.

Ciascuno ha voluto sottolineare che è quasi impossibile fare i nomi di tutti quelli che hanno lavorato e tuttora lavorano per il progetto. Uno spettro ampio e diversificato di rami dell’amministrazione municipale, le gallerie che curano l’opera di Kentridge, una cerchia generosa e attiva di soci, volontari, donatori istituzionali e individuali. Il compositore Philip Miller che sta costruendo le musiche (il sound design è curato da David Monacchi). Un’orchestra formata da musicisti di diverse nazioni e culture, e che suonerà strumenti provenienti da tutto il mondo.

Anche una scommessa così delicata e complessa si può vincere.

 

 

 

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