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Ecco la Biennale di Venezia

Il sole ha dato oggi il benvenuto alla 56esima Biennale di Venezia, aperta solo per la stampa. Tutto sembra funzionare ed essere pronto per l’approdo in Laguna del grande pubblico. Le opere brillano in tutta la loro forza espressiva. La potenza monumentale fa da contraltare all’impalpabile indecifrabilità dello strumento del video, come ben testimoniato dalla mostra All the World’s Futures voluta dal curatore Okwui Enwezor e grande attrattiva di questa edizione dell’esposizione internazionale di arte contemporanea.

PADIGLIONE ITALIANO
Il padiglione italiano, curato da Vincenzo Trione, negli spazi dell’Arsenale ha messo in scena una serie di stanze monografiche nelle quali si sono messe pienamente in mostra le qualità di artisti come Parmiggiani o la Beecroft, ma anche molto adatte per due maestri come Kounellis o Paladino. Gli spazi, scanditi da un ritmo narrativo e claustrofobico al tempo stesso, sono parte della mostra stessa e sottolineano, se ce ne fosse bisogno, la necessità dell’arte di relazionarsi a tutto tondo. Le opere riflettono il rapporto con la storia, non solo dell’arte, nel nostro Paese e il percorso culmina con un omaggio all’Italia di William Kentridge. Tuttavia le perplessità che nei mesi scorsi hanno accompagnato il nostro Padiglione nazionale sembrano fondate. Tutto appare troppo didascalico, poco avanguardistico. Lo spirito riflessivo che questa manifestazione tradizionalmente evoca, sembra affievolirsi un po’ passeggiando tra queste magnifiche opere, poco calzanti ancorché bellissime.

UNA PASSEGGIATA TRA I PADIGLIONI INTERNAZIONALI
Qui l’atmosfera è dinamica e, come da tradizione, elettrica. C’è l’artista americana Joan Jonas, a passeggio con il suo cane fuori dallo spazio degli Stati Uniti, interamente dedicato al suo lavoro. C’è anche Hermen De Vries, l’artista olandese protagonista del suo padiglione nazionale, che si interroga, in modo molto efficace, sui modi in cui declinare il verbo essere, con l’utilizzo di molti elementi naturali, in un dialogo non solo ipotetico, con i temi dell’Expo di Milano. Lo stesso accade nel padiglione francese, con le Rêvolutions di Céleste Boursier-Mougenot, alberi estratti dalla terra eppure vivi, in movimento. Tra la Spagna, dove tre artisti si confrontano molto rumorosamente con l’ingombrante presenza di Salvador Dalì (e con forti rimandi alla cultura della movida e, perché no, al cinema di Pedro Almodovar) e il Giappone, il cui padiglione è stato riempito dalle chiavi volanti di Chiharu Shiota, si incunea la provocazione di Sarah Lucas, che nel padiglione della Gran Bretagna espone le proprie sculture monche, violate e sfrontate. Altro punto emozionante si trova nel padiglione nordico, affidato quest’anno alla Norvegia, dove le vetrate in pezzi e i suoni misteriosi di Camille Norment rappresentano una delle suggestioni più interessanti della giornata veneziana.

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