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San Giovanni XIII, un progetto nato dal confronto

Non è certo semplice parlare delle chiese post-conciliari. Se da un lato non è possibile dare un giudizio univoco sulle architetture realizzate in queste ultimi decenni in Italia, dall’altro non possiamo nascondere un’insoddisfazione e un disagio di fronte a tante costruzioni che appaiono frutti di scelte casuali e improvvisate. Se negli anni ‘50 e ’60 c’era stato un intenso dibattito, in modo particolare in alcune città “pilota” come Milano, Bologna e Torino, oggi si assiste invece a una sorta di inerzia, di indifferenza, di mancanza di progettualità che rischia di diventare chiusura, di accettazione di una mediocrità disarmante. Tuttavia, talvolta, qualcosa accade, e non nei centri maggiori, ma in quelle zone spesso considerate periferiche rispetto alle grandi città, dove ci si aspetterebbe linee guida, che di fatto non vengono mai formulate. In questo senso, appare in tutta la sua originalità la chiesa, voluta dalla diocesi, inaugurata l’anno scorso a Bergamo e dedicata a San Giovanni XXIII. Realizzata nell’omonimo ospedale, è nata da un progetto affidato al francese Aymeric Zublena (studio Scau) e agli italiani Pippo e Ferdinando Traversi (Studio associato d’architettura Traversi). È un luogo religioso particolare, destinato alla preghiera e al rito, ma collocato in un contesto di sofferenza, di malattia, di profondo dolore.

La chiesa è molto interessante dal punto di vista progettuale. Arte e architettura sono state infatti pensate insieme, coinvolgendo personalità riconosciute, disponibili a compiere un vero e proprio percorso teologico-liturgico. Non si è dunque costruito un’architettura per «arredarla», ma si è realizzato un progetto venuto alla luce da un confronto, da un dialogo serrato. Il risultato, soprattutto negli spazi interni, appare davvero convincente. Nulla sembra essere stato lasciato al caso: dal velario esterno, composto da una serie di aste in calcestruzzo bianco che nascondono le pareti dell’aula rettangolare, alle superfici interne, in cui sono state riprodotte immagini che suggeriscono il giardino dell’Eden. Fondamentale è il ruolo della luce naturale. La scatola muraria è infatti forata, sui lati lunghi, da oblò che alleggeriscono la struttura e permettono alla luce di entrare, mentre fasci di luce radenti illuminano l’interno dall’alto, grazie a un lucernario perimetrale, creando una bellissima sensazione di calma, di pace e di riposo. Centrale è il modo con il quale gli interventi artistici dialogano con l’architettura. Se Stefano Arienti ci accoglie all’ingresso con un portale dal titolo Collina mediorientale e Ferrario Fréres presenta una Via Crucis attualizzata nella città di Bergamo, una volta nell’aula, grazie ancora ad Arienti, siamo invitati a immergerci in una sorta di radura, come in un giardino mediterraneo, caratterizzato da diafane e delicate cromie che spaziano dal bianco al grigio. Sul fondo, Andrea Mastovito, ispirandosi a immagini fotografiche elaborate digitalmente, interviene nelle vetrate delle tre absidi, creando una sorta di scenografia vivente. I soggetti sono la Crocifissione e il Monte Golgota, le cui pendici si distendono nelle absidi laterali, facendo da fondale al tabernacolo e alla scena di Maria Addolorata, consolata da Maria di Cleopa, dalla Maddalena e da Giovanni XXIII. Un’unica linea d’orizzonte è resa con le tonalità dell’oro, per il cielo, e del bianco-ocra, per la terra.

La chiesa di Bergamo mostra bene come le numerose e giuste critiche di fronte alla drammatica mediocrità della contemporanea architettura religiosa non giustifichino taciturne diffidenze, repulsioni senza appello verso la cultura di oggi o indebiti e sin troppo facili ritorni al passato, volti a soddisfare un indefinito «bisogno di mistero» dei fedeli, ma debbano stimolare la committenza a una ricerca intelligente e appassionata, per vivere con fede e fiducia le sfide del proprio tempo.

 

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