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Void, il collettivo

Void è un collettivo formato da Arnaud Eeckhout e Mauro Vitturini di base a Bruxelles, dove condividono un ampio studio che gli permette di sviluppare lavori in larga scala. Il loro incontro è stato in qualche modo cruciale, suggellato dalla collaborazione per la performance 1 meter of void (2013), presentata in occasione di M4m Forum (Ponec Theatre – Praga). Ad oggi il collettivo vanta già di numerose esposizioni in Italia e all’estero.

Come è nata la vostra collaborazione?
«Ci siamo conosciuti a Mons, in Belgio, presso il Transcultures, durante una residenza promossa da Les Pépinières européennes jeunes artistes. Una sera abbiamo passato ore a parlare della nostra ricerca; entrambi rimanemmo stupiti di come condividessimo interessi e ricerche. Decidemmo così di ritrovarci una volta ancora per l’M4m forum a Praga con un progetto nuovo e da sviluppare insieme. Il risultato fu estremamente positivo. Poco dopo si presentò una seconda occasione per la mostra a Roma Essere io non ha misura, anche quella conclusasi con successo. Da quel momento abbiamo seriamente pensato che fosse quasi un dovere iniziare ufficialmente una collaborazione».

A proposito di ricerca personale, che peso ha l’approccio scientifico nei vostri lavori?
«La scienza, alla quale ci sentiamo molto legati, crea una conoscenza che è accettata generalmente in un modo non troppo dissimile da come lo era prima la parola di Dio: una verità incondizionata. Personalmente, crediamo che le certezze limitino e a volte uccidano una parte del nostro modo di pensare e di percepire la realtà. Il nostro lavoro mira dunque a deviare in un certo senso l’approccio scientifico, spesso per mezzo di esso stesso, realizzando nuovi assemblaggi e donando un’angolatura diversa, uno sguardo differente nei confronti di qualcosa che diamo per scontato ma di cui non abbiamo reale coscienza. Tramite quindi una stimolazione multisensoriale, cerchiamo di mettere in discussione i limiti dei nostri sensi e delle nostre conoscenze».

Qual è il ruolo dell’audience nel vostro processo di creazione?
«Lo “spettatore” nei nostri lavori mantiene il più delle volte il ruolo dell’osservatore riflessivo, ovvero di un consegnatario cosciente e disposto: è colui che completa l’opera nel suo tentativo di comunicazione. La presenza umana è spesso parte fondamentale del nostro lavoro, una condizione necessaria e sufficiente».

Il vostro lavoro si distanzia dai canoni di rappresentazione per inserirsi all’interno di una realtà spazio-temporale transitoria, propria dei nostri tempi. Dove è secondo voi il gap comunicativo e cosa manca oggi nella mediazione con un pubblico eterogeneo?
«Attualmente c’è un grande scetticismo nei confronti dell’arte a causa della sua cripticità, della velocità con la quale si è evoluta e della complessità di pensieri che quest’evoluzione ha via via generato. Siamo inoltre incessantemente bombardati d’immagini che hanno un significato diretto e chiaro. L’arte è differente: essa è un processo di osmosi, di scambio, di condivisione per il quale è necessario il contributo di entrambe le parti. A nostro modo, cerchiamo di utilizzare un linguaggio, come quello del suono, che sia visivamente ed esperienzialmente semplice per un pubblico eterogeneo, ma al contempo anche profondo e stimolante per gli addetti ai lavori. Non ci aspettiamo che tutti comprendano, quanto invece che possano vivere e fare esperienza dell’opera».

Nel giugno scorso avete vissuto l’esperienza del Dancity Festival 2014, installando la vostra opera Magnetic Field. Come vi siete inseriti all’interno di un contesto legato alla sperimentazione musicale?
«L’esperienza al Dancity festival è stata totalizzante, uno spazio fantastico, artisti bravi e calorosi, sorretti da un’equipe efficientissima, una vera e propria famiglia che ci ha accolti con gentilezza, sorrisi e professionalità, il tutto condito con dei concerti spaventosi e dell’ottima musica. Scoprire di aver vinto il primo premio – che ci ha portato nuove visite e contatti – è stata ovviamente la ciliegina sulla torta. Per un progetto nato ufficialmente da poco come Void, non possiamo chiedere di più».

Negli ultimi mesi avete partecipato al concorso Smartup Optima. Quanto contano, ad oggi, le iniziative dei privati nel mondo dell’arte? Quali differenze trovate tra l’Italia  il Belgio?
«Ogni persona che investe tempo e denaro nella cultura sta già facendo qualcosa non solo di positivo, ma di necessario. Una buona cosa del Belgio che manca quasi totalmente in Italia è la spontaneità e la professionalità delle istituzioni e degli stessi privati. Il governo belga finanzia molte strutture artistiche senza fini di lucro, e tali sovvenzioni vengono distribuite fra tutti i soggetti interessati, tra cui gli artisti. Con la nomina di Mons capitale europea della cultura nel 2015, la classe politica belga dimostra di aver compreso i benefici relativi allo sviluppo di un’economia culturale come fiore all’occhiello del paese».

Siete comparsi tra i finalisti del Talent Prize 2014, e nella mostra Art Amnesty al MoMA PS1 di New York con l’opera Silence, a word (engraved soundwave). Progetti in corso e programmi futuri?
«Il Talent Prize è stato del tutto inaspettato, una grande emozione e altrettanta soddisfazione. Il 2015 è ben iniziato con il primo premio del Prix Médiatine di Bruxelles, l’invito a diversi festival, fra cui il Dancity e il Kikk, la biennale di Mulhouse, ARTour e la residenza a La MAAC di Bruxelles, oltre ad altri progetti che attendono conferma, e noi siamo carichissimi!».

Dall’11 febbraio all’8 marzo, La Médiatine, Bruxelles; info: www.wolubilis.be; www.collectivevoid.com

 

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