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Mario Dondero, la mostra

«Se dovessi rispondere a chi mi chiede quali siano le qualità essenziali per sopravvivere in questo difficile ruolo di franco tiratore ”Calma e gesso” risponderei, come i giocatori di biliardo»: è con queste parole che Mario Dondero fa riferimento al mestiere di fotoreporter. Ne discute nell’estratto di un documentario a lui dedicato dal titolo Calma e gesso, che costituisce la prima tappa della mostra fotografica allestita negli spazi delle grandi aule delle Terme di Diocleziano, a Roma. L’esposizione, promossa dalla Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma e curata da Nunzio Giustozzi e Laura Strappa, è composta da circa 250 immagini che costituiscono l’ossatura di una tra le più complete retrospettive mai realizzate sulla carriera del fotografo milanese; una carriera al servizio dell’essere umano in quanto tale, ancor prima che soggetto da ritrarre.
L’attitudine di Dondero all’humanitas prende corpo fin dalla sua esperienza partigiana in Val d’Ossola per poi essere condivisa, tempo dopo, con gli esponenti di spicco dell’intellighenzia fotografica meneghina – da Ugo Mulas a Carla Cerati – che popolano i tavolini del rinomato Bar Jamaica.

A partire dai primi anni Cinquanta collabora in veste di giornalista con diverse testate di sinistra (Il Lavoro, l’Unità, Avanti!), fin quando l’incontro ideale con l’opera del suo mentore, Robert Capa, lo avvicina definitivamente al mondo del fotogiornalismo. Proprio da un omaggio al cofondatore dell’agenzia Magnum prende vita il percorso della rassegna, suddiviso in quattro sezioni – La nascita di una vocazione, Verso il mondo, La passione per la politica e la storia, La grande svolta – che vede l’alternarsi dei differenti generi nei quali il fotografo si cimenta con eguale maestria.
Dalla fotografia di stampo sociale a quella di costume, il comune denominatore dell’opera di Dondero è un’innata passione civile e politica che si tramuta in un filantropico interesse per la persona, che sia un monarca o un contadino. Come in una staffetta, il testimone della storia passa da un ritratto all’altro e scorrono i volti di Maria Callas, Luchino Visconti, Serge Gainsbourg; gli intellettuali del Nouveau Roman a Parigi, dove si trasferisce dal ’54. Poi il processo Panagoulis e il conflitto in Guinea-Bissau tra gli irredentisti africani e i colonialisti portoghesi. Il sobrio allestimento della mostra rispecchia fedelmente la posizione antinarcisistica di Dondero in seno alla dialettica dell’immagine contemporanea: ridurre al minimo il rischio di spettacolarizzare, valorizzando il discorso interiore.
In quest’ottica è fondamentale ristabilire il confine tra fotogiornalismo e la versione adulterata di esso, facendo in modo che la fotografia intesa come nuda testimonianza – compresi i risvolti più crudi che questa comporta – non perda terreno nei confronti di una fotografia esteticamente più curata ma contenutisticamente impoverita. Rimane emblematico il j’accuse mosso all’indirizzo di Sebastiao Salgado, reo di prestare un’eccessiva attenzione alla cura formale delle proprie composizioni tanto da far passare in secondo piano le problematiche rappresentate. Infine, al di là dell’aspetto tecnico, sono ancora le parole dello stesso Dondero a ricordarci gli elementi basilari del reportage: «La passione, l’impegno civile e la curiosità restano il grande motore. Diversamente, il fotogiornalismo è soltanto una sequenza di scatti senz’anima».

Dal 19 dicembre 2014 al 22 marzo 2015
Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, viale E. De Nicola 78, Roma
Info: http://www.archeoroma.beniculturali.it/mostre/mario-dondero

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