Interventi - Sacralitars

L’oratorio di San Lupo e l’arte contemporanea

Il piccolo e bellissimo oratorio di San Lupo a Bergamo, gestito dalla fondazione Adriano Bernareggi e sotto la guida di Don Giuliano Zanchi, non è nuovo a interventi di arte contemporanea. Realizzato nel XVIII secolo dall’architetto Ferdinando Caccia per la giovanile Confraternita della Morte, si presenta scenograficamente in modo solenne e maestoso. Dall’elegante aula rettangolare accediamo a due rampe di scale, che conducono ai piani superiori, dalle cui balconate del primo e del secondo livello, concepite come veri e propri matronei, abbracciamo con lo sguardo l’intero spazio che ha ospitato, in questi ultimi anni, esposizioni di artisti importanti come Jannis Kounellis, Vincenzo Castella, Andrea Mastrovito. Era un oratorio, certo, ma per la sua spazialità potrebbe oggi essere anche una sala da concerto, un teatro di grande fascino e suggestione. L’ultima installazione (chiude il 30 settembre) è stata affidata al grande artista emiliano Claudio Parmiggiani (Luzzara 1943), della cui opera hanno scritto critici e filosofi come Jean Clair, Jean-Luc Nancy, Georges Didi-Huberman. Ormai da alcuni anni, l’artista parmense si confronta con la dimensione religiosa. Ricordo la realizzazione dell’altare maggiore nella cattedrale di Reggio Emilia, in cui l’autore riutilizza mirabilmente antichi marmi appena sbozzati di epoca romana, la Porta Speciosa in bronzo dell’eremo di Camaldoli, accesso misterioso da cui accediamo all’abisso dell’oltretomba, ma anche il recente intervento nella chiesa di San Fedele di Milano, in cui pone nell’altare maggiore ottocentesco una bellissima corona di spine, in nichel e oro, concepita come corona regale, ma sub contraria specie, parlando di sofferenza, di dolore, delle tragedie della storia.

Famoso per le sue Delocazioni, lavori nei quali opera in ambienti con ombre e con impronte, realizzate con la polvere, il fuoco e il fumo, la sua arte parla di assenza, di silenzio, di nostalgia di un mondo perduto. I materiali da lui usati sono effimeri, fragili, evanescenti: per lo più polvere, cenere, fuoco, fumo, fuliggine, ma anche oggetti «ritrovati» come vetri, incudini, campane, libri, ancore che, decontestualizzati dal loro ambiente originario, dischiudono una realtà, ricca di un significato da interpretare. Parmiggiani mette in scena una sorta di teatro della sparizione di un mondo, immergendoci in un spazio in cui il tempo sembra sospeso. Mondo poetico, allusivo, intensamente evocativo. La sua opera è profondamente ascetica. Per Parmiggiani, l’uomo contemporaneo ha perduto il suo orizzonte di senso, quell’habitus profondamente religioso che l’aveva da sempre caratterizzato. In questo senso, le sue installazioni parlano di una profonda nostalgia, di uno struggente dolore, per qualcosa che appare come irrimediabilmente perduto.

Nell’ex oratorio di san Lupo, Parmiggiani colloca una serie di antiche campane di varie dimensioni. Ricoperte di polvere, sembrano abbandonate. Meglio, addormentate. Sperdute disordinatamente negli spazi dell’oratorio o sospese nell’aria, come se qualcuno si fosse ancora dimenticato di innalzarle nelle vette di un alto campanile, si presentano come oggetti provenienti da un tempo lontano, che implorano l’ascolto del loro grido silente. Campane, del cui rintocco più nessuno si serve, ma che continuano a risuonare negli spazi della nostra memoria, nel ricordo di una religiosità semplice, popolare, e allo stesso tempo profonda, di una spiritualità inscritta nell’animo umano, ma costretta a rimanere muta, silenziosa, nel frastuono di un mondo che anestetizza, stordisce, intorpidendo i nostri sensi. Tuttavia, il loro messaggio risorge, sempre, come se fosse qualcosa di insopprimibile, di irrefrenabile. Come se la campana realizzata dal giovane Boriska, nel film Andrej Rublev di Tarkovsky, simbolo del popolo russo che si ritrova unito nella stessa fede, riconoscendovi la propria identità, non potesse restare inerte, senza voce. È questo per Parmiggiani il compito dell’arte: fare riemergere l’infinita bellezza di una creazione che un tempo era preghiera, incontro con il divino. Come afferma lo stesso artista: «Silenzio a voce alta: L’arte deve ritornare a essere arte. Nell’infanzia del tempo l’arte fu preghiera. Poco ci è rimasto di questa infinita bellezza. Ora non siamo più capaci nemmeno di pregare. Camminiamo come ciechi tra rovine».

Camminiamo ciechi tra le rovine dell’indifferenza, della superficialità, del non senso. Tuttavia, queste vestigia continuano a parlarci, a interrogarci, a interpellarci, non semplicemente per ricordarci un mondo perduto e scomparso per sempre, ma per rinnovare, nel nostro tempo, l’invito ad ascoltare il rintocco di quel suono lontano, ma insopprimibile, che parla di comunione, di condivisione. Di preghiera. È questa la bellezza dell’arte. Il suo compito più alto.

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