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Una foto di Yashima Mishto

Rigorosamente in analogico e sempre in bianco e nero: le linee semplici delle fotografie di Yashima Mishto, berlinese d’adozione, mettono a nudo l’anima e sfidano i vincoli dell’autocensura. Fluffer l’ha intervistato per scoprire tutto del suo lavoro.

Vivi e lavori a Berlino dal 2003, fotografi dal 1994. So che non sei tedesco di origine. Qual è la tua storia e come mai hai deciso di trasferirti? «Mi sono avvicinato alla fotografia da adolescente e prima di diventare maggiorenne ho iniziato a stampare le mie foto nello sgabuzzino di casa dei miei con un ingranditore Durst F30. Come penso tutti coloro che stampano, ricordo ancora la profonda sorpresa quando vidi per la prima volta l’immagine apparire sul foglio immerso nel liquido si sviluppo. Come un’apparizione. Ora lavoro con un Durst M700, nella camera oscura del mio studio a Berlino. Tante cose sono cambiate da quando mi sono trasferito in questa città che nonostante abbia perso con gli anni un po’ del suo trasandato splendore, rimane un luogo dove è facile vivere e che ti lascia i tuoi spazi. Dieci anni fa abbandonai progressivamente l’Italia affamato di vita multietnica e internazionale. La trovai a Berlino, e forse per questo il mio tedesco è ancora indecente».

Nel 2002 sei ”diventato” donna, poi nuovamente uomo nel 2007. Ci parli di queste trasformazioni? «Tutto nacque da una delle mie prime personali, a Berlino, in un centro culturale russo nel 2002. La curatrice dell’area culturale del circolo mi fece la simpatica sorpresa di boicottare la mostra il giorno dell’inaugurazione con le foto già appese ai muri, dichiarando che era rimasta offesa in quanto donna dalle mie foto, nonostante durante il mese di preparazione tale sentimento non fosse stato manifestato. A stento non le misi le mani addosso. Da quel giorno però decisi che Yashima Mishto era donna. Alle mostre amiche o modelle delle mie foto impersonavano Yashima. E tutto filava liscio, il pubblico era felice, gli uomini gongolavano, le donne scoprivano una certa intimità con le foto e la fotografa. Eppure le foto erano le medesime di quando Yashima ero io. La cosa comunque non mi dispiaceva (in generale mi trovo molto meglio dietro l’obbiettivo che di fronte). Ma tale sciarada aveva problemi intrinsechi dato che le temporaneamente Yashima non potevano essere presenti sempre e in città o stati lontani tra loro. Dopo cinque anni decisi di tornare a essere Yashima. Da allora ho collaborato con gallerie forse più adatte ai temi trattati nei miei progetti e i disagi si sono attenuati anche se rammento ancora quello schizzo di sangue con cui deturparono una gigantografia della foto Self-contained woman 6 anni fa all’Ab Project gallery (Berlino). Nonostante ritragga spesso donne, nei miei progetti non faccio discriminazioni di sesso. Sono persone, non uomini e donne, quelle che si mettono a nudo di fronte alla mia camera. Perciò, le contestazioni femministe di allora e in parte ancora d’oggi mi sono sempre sembrate basate su preconcetti».

Ho letto che collabori con università e Ong e sei molto attivo su progetti legati alla censura e alla discriminazione di genere, tutte attività direttamente collegate alla tua ricerca. Di che tipo di progetti si tratta? «In realtà progetti con università e Ong sono ormai datati. Non escludo di riprenderli in mano, in particolare un progetto sui meccanismi di categorizzazione a cui tenevo molto ma che non riuscii mai a esporre. Al contrario, viva e vibrante è la costante lotta contro la censura. In questi giorni i telegiornali sono imbottiti di scene di morte e violenza, dall’ennesima invasione del territorio palestinese da parte di Israele ai cadaveri di olandesi in vacanza dispersi nei prati ucraini. Perché questo sia adatto al pubblico, anche minorenne, e un ritratto di donna che mostra la propria vagina non lo sia è stato per me sempre un mistero. Per favore non fraintendermi, con questo voglio dire che vorrei poter sfogliare senza problemi in un caffè un libro di James Nachtwey come uno di Gilles Berquet».

La censura si può superare attraverso la fotografia erotica? «Nella società di oggi, censuriamo e ci censuriamo. In questo costante processo limitante, passa il tempo e ci ritroviamo alla fine di una vita con rimpianti e desideri mai realizzati, o realizzati solo attraverso altri, che siano attrici cinematografiche o amiche ”molto allegre”. Nei miei progetti i modelli/e si disinibiscono progressivamente, acquistando dimestichezza con se stessi e le proprie corporeità. Penso che ciò porti a una equilibrata accettazione di sé e degli altri e conseguentemente a un rifiuto della censura e dell’auto censura. Lo stesso processo avviene talvolta nello spettatore che, trovando un legame personale con la foto, non ne nega la dignità intrinseca riconoscendole quindi il diritto ad essere esposta, mostrata. Il diritto di essere, pubblicamente».

I reportage, invece, come si inseriscono all’interno della tua produzione? «Alcune settimane fa ho rimesso mano ai negativi del mio primo viaggio in India nel 2002 e sono rimasto sorpreso dalla bellezza di alcuni scatti. Non per mie doti, intendiamoci, ma per l’intrinseca grandiosità di quella terra e degli esseri che la animano. I miei reportage, però, non si sono mai evoluti da mere documentazioni di viaggio, dagherrotipi talvolta crudeli scattati da un vagabondo. Continuo a produrre fotografie che piacciono, ma nei reportage non sono io la voce narrante. Almeno fino ad ora».

Come si è evoluta la tua produzione erotica negli anni?  «La mia produzione erotica ha fatto un salto rispetto alla mera documentazione. Forse per la semplicità dei soggetti – poche linee e soggetti ben identificati – forse la tensione delle modelle e modelli che percepisco, nell’atto di mostrarsi a me come un pasto nudo. Non so perché, ma nelle foto erotiche ho trovato la necessità di ricercare, sia spingendo i soggetti ad abbandonarsi ma anche, e forse sopratutto, sperimentando tecniche di stampa e di scatto, estrapolando il soggetto dal hic et nunc per dargli una valenza più intangibile. Facendolo diventare una fantasia, il frammento di un sogno appena svegli».

Come scegli i tuoi modelli e le tue modelle?  «Capita di incontrarli. A volte mi cercano loro. È importante sottolineare che con i modelli/e ho rigorosamente un rapporto amatoriale. Ho vari lavori fatti con modelle professioniste o prostitute, per esempio, ma sono sempre stati realizzati su una base puramente personale, amatoriale, appunto. I miei sono ritratti. Talvolta ritratti cinici, che mettono a nudo aspetti singolari o grotteschi dei soggetti. Difficile quindi che vadano a buon fine se la persona è motivata dalla pecunia nel posare di fronte a me. Una delle cose che metto in chiaro fin dall’inizio con i modelli/e è che dagli shootings salteranno fuori alcune foto aggraziate come vogliono loro, a patto però che non nascondano quell’essere twìsted. Le persone sono generalmente felici, alla fine del percorso, vedendo fissato su carta un’aspetto della loro identità che magari neppure conoscevano. Quando succede, i soggetti delle fotografie sono stupiti nel rivedersi ritratti in atteggiamenti così intimi».

A Marzo 2014 hai presentato la tua personale Life of a Singularity a Berlino e l’omonimo libro. Questo progetto rappresenta un pò una metafora dei molteplici aspetti interiori che l’individuo per timore di preconcetti esterni tende a celare. L’erotismo è una chiave per mettere a nudo l’anima?  «Ho lavorato a Life of a Singularity per due, tre anni, che non sono diventati molti di più grazie all’impagabile aiuto di Jule Pasolini per lo sviluppo del progetto ed a Jnp Books e Alberto dell’Acqua per la stampa del libro. Un momento importante, forse il più importante fino a ora per la mia produzione, perché in questo progetto ho avuto la possibilità di sviluppare un concetto tramite una narrazione fatta di immagini. Tante immagini. Life of a Singularity tratta il tema della diversità, è una parabola dell’essere unico che vive dentro noi, diverso da tutto il resto del mondo. La diversità tra il mondo e la nostra singolarità produce attriti, se non dolori e sconforto. Nella parabola del progetto questo essere è un individuo diverso che per affrontare il mondo inizialmente tenta di camuffarsi in altro, nascondersi (Mimesis), poi prova a curarsi entrando in una clinica psichiatrica (The Clinic) ove la sua diversità è definita come patologie assieme a quelle di tanti altri e viene trattata (ma non curata). Infine il protagonista accetta la propria diversità, se ne fa vanto e la utilizza per lavorare in un circo (The Circus). La narrazione avviene tramite soggetti nudi a simboleggiare la nudità del nostro essere di fronte al mondo circostante. L’erotismo in tal caso è quindi più un simbolo dell’anima nuda che una chiave per denudarla. Nella narrazione ho messo anche alcuni spunti autobiografici, un irriverente umorismo che alleggerisce alcune scene abbastanza forti. È un libro che a tratti fa ridere, se si ha un incensurato dark humour».

Scatti solo in analogico? «Rigorosamente. Stampo personalmente ogni foto. Nel mio studio o in alcuni laboratori quando voglio stampare in grande formato. Solo in bianco e nero. Scatto con una Olympus Om-1, con la quale ho iniziato a fotografare, e in medio formato con una Rollei 2.8 o una Mamiya R67. Se mi avvicinassi ora alla fotografia userei probabilmente il digitale ma l’analogico a un sapore diverso, ha come un’anima propria che quando stampi si mostra, emerge, prende corpo. L’analogico è materico. Le mie foto sono materiche».

Hai già in serbo un nuovo progetto? «Life of a Singularity è un progetto in pieno sviluppo. La pubblicazione del libro all’inizio di quest’anno è stata una summa del lavoro fatto nel corso degli anni ma non ne è la fine. È più una sorta di Bignami che lo spettatore può portarsi dietro per comprendere meglio il progetto stesso. Nelle gallerie che ospitano questo viaggio in itinere, come ad esempio Mac gallery (Milano), in ottobre, o la Maurice Einhardt neu gallery (London), a novembre, verranno esposte varie inedite fotografie narranti le tre sezioni di questo mio studio. In reltà il libro è stato una sorta di catalizzatore che ha facilitato la estroflessione della propria singolarità, trovo quindi sempre più persone che si identificano nell’idea e ne vogliono far parte. Penso che Life of a Singularity darà frutti ancora per mesi e mesi. È una sorta di vaso di Pandora. Ovviamente ho altre idee in cantiere, un secondo libro per esempio, il titolo preliminare è Doll Metamorphosis, insieme a una disegnatrice con cui collaboro a Berlino. Ma è ancora troppo presto per parlarne.

Foto: courtesy Yashima Mishto

 

 

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