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Jeff Koons al Whitney museum

”La parola tedesca Kitsch designa ogni tipo di oggetto di cattivo gusto, la paccottiglia con pretese artistiche che riproduce in serie un luogo comune ma si applica anche a opere letterarie, plastiche o musicali caratterizzate da facili effetti: magniloquenza, sentimentalismo e stupido conformismo”. A. Moles, Il Kitsch. L’arte della felicità.

Nel 1992 Jeff Koons presenta al pubblico Puppy, una gigantesca installazione a forma di cane accucciato ricoperta di piante fiorite, i visitatori rimasero perplessi dinnanzi l’opera innescando un procedimento che trae le sue origini nella definizione sostanziale di postmoderno. Koons è un artista eclettico, poliedrico, difficile da relegare in un contesto espressivo, esponente mai univoco di una generazione culturale che vede nel pop la ricerca estetica di un universo naif, laddove il kitsch diviene sinonimo di un registro creativo sarcastico che contiene in sé i germi di un’operazione volta a sedimentare le istanze di una critica sociale dalla matrice ironica. Koons è il protagonista del postmoderno, riabilita il gusto dissacrante del kitsch e definisce i ranghi di un’estetica rivoluzionaria spesso oggetto di disapprovazione che annette in sé punti di vista inconciliabili e dalle caratteristiche antitetiche. L’universo di Koons è composto da elementi eterogenei provenienti dalle più disparte realtà visive: aspira polveri, mini bar, immagini pornografiche, giocattoli da spiaggia, palloncini, salva genti, costruiscono un immaginario folle costituito da simboli equivoci che attraverso l’interazione della materia divengono icone di una quotidianità borghese che definisce e ironizza le abitudini della classe media americana.

Jeff Koons: a retrospective è l’omaggio del Whitney Museum di New York all’artista più celebrato al mondo, una retrospettiva che tratteggia la summa di una carriera in cui i contenuti culturali delle classi basse divengono veicoli di una inedita riflessione che rovescia i concetti cardine di arte ed estetica. L’artista originario della Pennsylvania si appropria di una magniloquenza tipica del barocco, innesca dei procedimenti filosofico speculativi dove genera un linguaggio derivato dal readymade duchampiano ma che di esso condivide solo alcuni aspetti, Koons rielabora la nozione ereditata da Duchamp annettendo all’oggetto/opera il circostante contesto derivato dalla mise en scène allestiva, combinando i manufatti in una narrazione destinata a trasformare il prodotto decorativo in un vero e proprio capolavoro contemporaneo. Sin dagli albori, l’arte di Koons è la riproposizione di un espediente concettuale vicino alla pratica del collage. Negli anni Novanta, dopo il successo ottenuto grazie al progetto intitolato Banality, l’artista continua il suo percorso attraverso le serie nominate Celebration, Easyfun e Popay. I quadri prodotti in questo periodo rappresentano un’elaborazione plastico – scultorea di un’immagine a cui Koons sovrappone frammenti di una realtà variegata, incastonati in uno spazio immaginario che crea l’illusione di una dimensione fittizia dove trova spazio l’opera d’arte. «La differenza –afferma Koons- è che Warhol credeva che si potesse conquistare la massa con la distribuzione, mentre io continuo a credere che si possa fare con le idee». Erede di Warhol e di una cultura pop a stelle e strisce, Koons scava nei procedimenti intellettuali che consacrano le icone predominanti della classe media, scardina i valori costituiti dalla società e dona nuovi significati esistenziali ai desideri delle persone. La pubblicità, la televisione, il consumismo sfrenato conducono l’artista verso la creazione di una realtà surrogata in cui vengono messi in evidenza i tabù sociali e le vessazioni culturali con cui tutti noi quotidianamente interagiamo.

Un aspetto tipico di questa volontà di scardinare i vincoli di una società ben pensante è la ricerca nel mondo erotico e sessuale. La provocazione, da questo punto di vista, passa attraverso le immagini esplicite che popolano l’universo dell’artista: dalle foto con la ex moglie Ilona Staller, diva della cinematografia pornografica, alle sculture di porcellana che ritraggono la donna nella sua veste più sensuale, come ad esempio accade nella famigerata Woman in Tub del 1988 conservata nella collezione Edlis e Neeson. «Ho cercato di fare dei lavori davanti ai quali chiunque, non importa di quali origini, potesse reagire, dire qualcosa tipo ‘Sì, mi piace’. E se non potevano farlo sarebbe stato solo perché qualcuno così gli aveva suggerito. Idealmente avrebbero dovuto dimenticare tutto e dire: Sai magari è una stupidaggine ma a me quel pezzo piace. È bello». Nelle parole di Koons si rintraccia il senso della sua ricerca, in quell’estetica del banale dove è possibile ritrovare le radici di un’educazione visiva iniziata sin da piccoli nelle abitazioni familiari dove è semplice approcciarsi ad una varietà di suppellettili e soprammobili dalle forme più disparate, in quella radice primordiale figurativa opera l’artista, eleva la banalità a capolavoro, dà forma ad una sur-realtà in cui sfida le logiche che regolano la società contemporanea.

Il Whitney Museum onora in una retrospettiva che analizza tutto il repertorio iconografico di Koons il percorso di uno dei più grandi artisti del XXI secolo, nelle sue contraddizioni, nel limite valicabile tra serio e faceto, nell’esuberanza di un uomo che è stato apostrofato come ciarlatano dal New Yorker, nella certezza di un immaginario che ha conquistato un posto d’onore nei libri di storia, nella consapevolezza del genio che ha rivoluzionato il concetto stesso di arte.

Fino al 19 ottobre, Whitney Museum of American Art, 945 Madison Avenue, New York; info: www.whitney.org

 

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