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Didier Naert, oltre le foto

C’è chi le foto le scatta e chi, come Didier Naert, le recupera dal passato, per farle rivivere sotto nuove spoglie. Che stavano facendo i soggetti immortalati? Cosa si nascondeva dietro alla porta dell’edificio in primo piano? Dove portavano le strade tagliate dall’inquadratura? Per ogni immagine l’artista immagina un prolungamento, che disegna su fondo nero con un effetto che ricorda quello dei negativi della pellicola fotografica, creando un vero e proprio dialogo temporale. L’artista espone il 23 maggio a Roma in occasione della notte bianca di Palazzo Farnese, mentre a partire dal 5 giugno è in mostra a Parigi, nella galleria Photo Vivienne con una personale:

Nei suoi lavori c’è un rapporto molto stretto tra pittura, disegno e fotografia. Come definirebbe la sua tecnica?
«Potremmo chiamarla tecnica mista ma ciò che mi interessa è la forza evocatrice della fotografia. Mi sembra che ogni foto possieda una storia, dietro ogni storia, una via, accanto a ogni foto, un paesaggio che dorme».

I prolungamenti che disegna sulla base di fotografie antiche, sono dei prolungamenti reali o fittizi?
«Sono dei prolungamenti immaginari. Prima di tutto, quello che scelgo in una foto è l’intenzione del fotografo e anche il particolare interesse che l’ha spinto a scattare. Cerco di ritrovare questo desiderio e di farlo rivivere».

In alcune opere sembra voler entrare negli edifici per scoprire, disegnandone l’interno.
«Sì, è esatto, scoprire ciò che esiste dietro la superficie fotografica, immaginarla, appunto. Si può spingere quest’immaginazione molto lontano. Vedere le cose dietro le cose. Non cerco in questo lavoro di sovvertire l’ordine nascosto dietro alle foto. Il loro realismo è troppo potente ma accettano volentieri l’incongruenza, la surrealtà».

Qual è il valore aggiunto che vuole apportare alle foto che sceglie?
«Sono delle foto che desidero riportare in vita. La qualità di uno scatto, al di là del soggetto, è il suo contesto. Non modifico mai le dimensioni di una foto, il mio disegno è come una nuova realtà che aggiunge valore all’immagine originale».

Che cosa vorrebbe suscitare nell’osservatore che guarda il suo lavoro?
«Stuzzicare la sua curiosità ed eccitare la sua immaginazione».

Sceglie sempre come punto di partenza delle foto antiche?
«Per questo tipo di composizioni, sì»

Qual è l’importanza del cinema nella sua produzione artistica?
«L’attrazione per le foto riciclate. Il contesto. La prospettiva che attira l’occhio e lo diverte».

Nei suoi lavori, la foto è in positivo, ma i suoi disegni, in bianco e nero, ricordano i negativi della pellicola?
«Si ma quello che mi seduce di più è di far emergere il disegno su fondo nero come fa la fotografia. Quando una fotografia si stampa in bianco si può anche dire che è sovraesposta. È questa sovraesposizione che mi interessa e questo dà anche un aspetto un po’ fantomatico. Mi piace risvegliare fantasmi di foto antiche».

La scelta di immagini è casuale o segue criteri precisi?
«I paesaggi urbani mi affascinano. Presentano un’immagine precisa delle società che le hanno concepite».

Che cosa presenta a Palazzo Farnese per la notte bianca del 23 di maggio e a Parigi per l’esposizione del 5 giugno?
«A Palazzo Farnese presenterò un lavoro che ha come soggetto principale Parigi e il quartiere di Les Halles negli anni ’60. Utilizzo degli ingrandimenti fotografici di Alexandre Trauner, celebre scenografo cinematografico. A partire dal 5 giugno alla galleria Photo Vivienne di Parigi, presenterò delle composizioni di stampe d’epoca. La galleria mi ha affidato delle foto di Doisneau e di Atget. È la prima volta che mi confronto con loro».

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