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Un incontro con Baruchello

Alla Quadriennale di Roma è stata inaugurata Intorno a verifica incerta, mostra dedicata al genio di Gianfranco Baruchello, nell’ambito del ciclo espositivo La poetica degli omaggi. Centro gravitazionale dell’esposizione è Verifica incerta, il film realizzato nel 1965 con Alberto Grifi, regista e video-maker simbolo del cinema sperimentale italiano. Un’operazione concepita come happening e costruita secondo la tecnica del found footage, ossia il montaggio in un nuovo contesto di materiale cinematografico preesistente. L’opera, antesignana del cinema indipendente e underground italiano, è dedicata a un protagonista e testimone morale che aleggia in tutto il film: Marchel Duchamp, maestro dada di cui Baruchello fu allievo prediletto, padre dell’arte concettuale, inventore del ready made e della tecnica dell’assemblaggio. Sarà proprio l’artista francese a presentare a Parigi l’opera di Grifi e Baruchello, che da quel momento divenne oggetto di una polifonia di recensioni, interpretazioni critiche e presentazioni in tutto il mondo: nel 1966 John Cage, chiamato da Lawrence Alloway, introdusse la proiezione al Guggehneim, approdò poi al Museum of Modern Art. Umberto Eco la presentò a Palermo nel corso di un convegno del Gruppo 63 e arrivò a parlarne nella Postfazione de Il nome della rosa. Edoardo Sanguineti la battezzò «apologia del puro montaggio come strumento della comunicazione».

Nella tavola rotonda introduttiva alla mostra, dialogando con Lucilla Meloni e Carla Subrizi, lo stesso Gianfranco Baruchello ha raccontato la genesi di questo straordinario esperimento: al costo di 10.500 lire l’artista acquistò il carico di pizze cinematografiche che un furgone stava portando al macero, tutte pellicole di scarto di film famosi della Hollywood anni ’50 e ’60. «Eravamo due personaggi sconsiderati, infiltrati nel cinema, che si divertivano a raccontare storie». Verifica non ha un soggetto coerente, né sceneggiatura o script, è una serie di pezzi di pellicola, montati alla vecchia maniera con lo scotch, una sequenza di immagini il cui significato si delinea solo strada facendo, con un solido contributo del caso. È una successioni di fotogrammi con un cast d’eccezione, da Clark Gable, a Gregory Peck e molti altri, riproposti nel nuovo contesto, in una perenne ricerca di senso in cui l’ironia gioca un ruolo fondamentale. Per Alberto Grifi l’opera è un «esercizio di anti-potere, esempio della destrutturazione ad ampio raggio che investiva la società, le sue regole e le sue strategie». La mostra a villa Carpegna documenta tutto il lavoro che ha condotto a Verifica, esponendo disegni dell’artista su carta millimetrata, con gli schemi delle sequenze di montaggio. Baruchello compilò immaginari albi della contabilità, con l’elenco delle spese, inclusi i compensi agli attori, o le corrispondenze inventate tra i protagonisti. Il film è un’indagine sui meccanismi di funzionamento dello sguardo, il discorso è di continuo interrotto. «Tutti i personaggi si passano la trama come una staffetta», scrive Carla Subrizi nel saggio Verifica incerta, l’arte oltre i confini del cinema. Eddie Spanier potrebbe dirsi il personaggio principale, ma è solo un non-protagonista, attraverso cui le vicende si trasformano. È il criterio asimmetrico a collegare le immagini, attraverso «duplicazione, spostamento, ripetizione, somiglianze, analogie e moltiplicazioni», prosegue la storica dell’arte, che dirige la fondazione Baruchello, straordinaria casa studio dell’artista nelle colline romane di via di Santa Cornelia.

«L’idea del frammento è centrale, una sorta di catena tra sillaba, parola e discorso, fino ad arrivare a costruire un apparato ideologico – dice Baruchello – è una metafora dell’individuo per definire la possibilità che ha di agire nel suo destino». Erano anni in cui il grande fiume della Neoavanguardia attraversava impetuoso il mondo intero, accogliendo nel suo alveo talenti rivoluzionari. Contemporaneamente a Verifica esce Elementi di semiologia di Roland Barthes, ricordando che tutto è linguaggio che si rigenera continuamente: non può essere mai oggettivo e neutrale, come dimostrano infinite derive possibili, da un campo specifico a un altro. Sempre nel 1965 l’artista livornese realizza Bostick: in una scatola tonda incolla pellicole da 35 millimetri scelte tra film di autori e soggetti ignoti. Le immagini non definite da alcun connotato perdono così la precipua caratteristica di essere in movimento per restare imbalsamate, in una metaforica immobilizzazione del linguaggio cinematografico stesso. In mostra anche degli autografi di un’opera del 1966, La quindicesima riga, «Un lavoro concepito come libro e come azione – scrive Lucilla Meloni – che contemplava la dispersione stessa delle pagine del libro». È basata sull’accostamento di frammenti letterari, tratti dalla quindicesima riga di 400 libri, scelti dalla biblioteca di Baruchello: «Qui c’è l’intervento del caso, ufficializzato come coautore dell’operazione», dice l’artista. Giorgio Manganelli gli scrisse: «tu non pensi, ti viene in mente». Interessanti sono le trascrizioni autografe di tre sogni del maestro, tratte da Avventure nell’armadio di plexiglas, libro edito da Feltrinelli nel 1968 e costruito tutto su materiale onirico per indicare il concetto di relazionalità. Baruchello ha sintetizzato bene l’essenza di Verifica incerta e del suo inarrestabile cammino creativo: «la matita, la moviola, la cinepresa e i registratori mi hanno insegnato a montare, in qualche modo, le parole, le immagini, gli oggetti e la mia stessa esistenza».

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