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Il collezionista che fu

Il programma espositivo della galleria internazionale d’arte moderna Ca’ Pesaro, Venezia, ci regala, come prima esposizione, un eccezionale omaggio a una delle più importanti personalità della storia dell’arte contemporanea, Giuseppe Panza di Biumo. Carismatico e straordinario collezionista, ha creato a partire dagli anni Cinquanta, una dello più interessanti raccolte d’arte che coinvolge grandi protagonisti della pittura statunitense del secondo dopoguerra. A cura di Gabriella Belli e Elisabetta Barisoni, con il progetto espositivo di Daniela Ferretti, la mostra abbraccia capolavori presenti fin dai primi anni d’attività di Panza, dall’espressionismo astratto alla pop art, dalla minimal all’arte concettuale, per arrivare alla terza fase costruita dagli anni Ottanta in poi. Ventisette artisti come Julia Mangold, Roy Lichtenstein, Franz Kline, Donald Judd, Mark Rothko, Dan Flavin, Hanne Darboven, Jan Dibbets, Joseph Kosuth o Antoni Tàpies, in prestito dai musei Guggenheim di New York e Moca di Los Angeles, le due istituzioni oltreoceano che conservano i nuclei più importanti della collezione Panza di Biumo, insieme a un gruppo di lavori di proprietà della famiglia. E se pensiamo alla grande opportunità che il nostro bel paese si è fatta scappare, possiamo solo che rabbrividire.

Infatti la regione Piemonte, nel 1983, non colse l’offerta di acquistare 80 opere della raccolta a un prezzo scontato, pur che restassero in Italia. In seguito sarà il Moca appunto a comprarle. Qualche numero? Si mormora di una proposta di vendita a 7 milioni di dollari, cifra di tutto rispetto negli anni Ottanta, peccato che oggi, però, la collezione è quotata intorno ai 200 milioni di dollari. E chi ci ha rimesso è facile da capire. Si tratta quindi di un’occasione unica di vedere esposte, per la prima volta in Italia, le opere più intime, segrete, vissute in prima persona da Panza. Scomparso nel 2010 ha sempre inteso attribuire un senso estetico ed etico alla sua vita giornaliera, una relazione molto complessa che non riguardava la sola area dell’investimento economico, ma alla riscoperta del suo io più profondo, attraverso gli occhi visionari degli artisti che lui stesso amava conoscere e studiare, indossando talvolta i panni di un vero talent scout mosso da un’incontrollabile curiosità di capire e trovare risposte. «Quello che posso dire – spiega Panza nelle conversazioni con Philippe Ungar – è che la mia ricerca va oltre i limiti di quello che si vede: tende a qualcosa che non riesco mai veramente a raggiungere, ma che ho la sensazione coincida con la pienezza della vita. Il sentore che tutto derivi da questa cosa incomprensibile, è una ricerca personale. Ho la sensazione che anche chi crea sia alla ricerca del superamento di qualcosa, che egli diventi lo strumento di una forza, di un soffio, di un’energia di cui solo raramente siamo consapevoli».

Tra le opere più rappresentative va ricordata la prima di Robert Rauschenberg acquistata da Panza: Kickback del 1959. Pochi in quel periodo erano interessati all’artista statunitense eppure comprò in una sola volta sei o più dei suoi quadri. Presenti anche il suo primo Kline, Buttress, acquistato nel 1956 per 550 dollari, degli Oldenburg ottenuti tramite la Green gallery di Dick Bellamy e l’opera Murillo, 1968 di Robert Ryman, per Panza uno degli esponenti fondamentali del secolo. Nelle sale di Ca’ Pesaro, per gli appassionati dei land-artisti, alcune delle colonne portanti del movimento come Walter De Maria con Balldrop, Richard Serra con Template del ’67, o ancora, dello stesso anno un Senza titolo di Richard Long: 420 rametti di legno ciascuno di 15 cm circa. Quest’ultimo, schivo rappresentante della Land art, non ha mai voluto legarsi a una ben determinata corrente artistica. La sua una ricerca più astratta e concettuale dove l’essenza delle sue opere è l’esperienza stessa del camminare, dell’esplorare luoghi in un rapporto solitario e di totale immersione nella natura senza mai intervenire in maniera aggressiva. Anche in Gregory Mahoney Panza ne apprezza l’amore per la natura. «Il contenuto del suo lavoro – affermava il collezionista – è la contemplazione dell’universo, è possibile scoprirlo in qualche frammento che ci rende presente la sua essenza. Mahoney è un poeta della natura, della natura che precede la vita, che sembra eterna».

Fino al 4 maggio; Ca’ Pesaro, santa Croce 2076, Venezia; info: www.capesaro.visitmuve.it

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