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Giacometti, una danza muta

La distanza tra l’uomo e le cose, tra l’uomo e sé, e i suoi simili. L’inaccessibilità dell’umano verso l’essere. Era questo che Jean Paul Sartre, in tempi di dirompente esistenzialismo, scriveva di Alberto Giacometti, suo buon amico, conosciuto nella Parigi dell’immediato dopoguerra. Un’icona vivente del fare arte – scolpire, nello specifico, anche se l’artista nato nei Grigioni, in Svizzera, seppe essere contemporaneamente altro, disegnatore e pittore in primis – capace di permeare di sé buona parte del ’900, fino alla morte avvenuta prematuramente nei primi giorni del ’66. È soprattutto quello, il tardo Giacometti, a infatuare gli esistenzialisti alla Sartre, per la capacità di penetrare l’essenza concettuale delle cose attraverso le sue figure filiformi che attraversano il vuoto, che s’allungano in uno spazio non più umano, come moderne ombre della sera di etrusca memoria.

È una tragica modernità che si concretizza nell’opera di Giacometti, nella sua scultura, a cavallo e dopo i macelli di due guerre mondiali. Come se l’ombra dell’uomo, dopo tanti orrori visti e patiti, non possa più esimersi dallo sfumare e spegnersi, al pari dei disciolti dal fungo atomico d’Hiroshima e Nagasaki. È una memoria degli inganni che la materia può trasmettere all’essere, quella che tracima dalle sue figurette, lo sperdersi al vento dei tanti fili che presumono d’essere trame di vita vissuta, quella che traligna dalle sue figure spezzate, scomposte, mobili e mute. Forme tanto inquietanti da essere facilmente identificabili, come afferma lo stesso autore. E ciò è tanto più vero nella parentesi surrealista che s’apre e chiude tra le due guerre, appunto. Così, L’uomo che cammina – record di vendita per una scultura, 100 milioni di dollari – o l’altro che va sotto la pioggia, vanno oltre l’immediato percepibile per farsi, come nella prosa vittoriniana, misura di un dolore intimo e globale, testimonianza di una solitudine più grande di quella riservata in sorte a ciascuno di noi.

È con questi presupposti che giunge finalmente a Roma – in una Roma mezza affogata da piogge che nella capitale più che altrove sanno farsi diluvio e tragedia, grazie alla pervicace ignavia delle sue amministrazioni – la più grande mostra mai realizzata in Italia sul nostro: Giacometti. La scultura. Ben 40 opere sparse – e, si direbbe, affogate pur’esse – nelle sale della Galleria Borghese, a fare da contrappunto alla statuaria raccolta dal cardinale Scipione. Finalmente perché, nel guazzabuglio di competenze tra ministero, soprintendenze e poli museali, più d’un ritardo ha cumulato l’esposizione prima d’aprire le porte ai visitatori, dal 5 febbraio. È la stessa direttrice della galleria, Anna Coliva, curatrice della mostra accanto a Christian Klemm, tra i massimi studiosi dell’artista (loro i testi critici in catalogo), a spiegare l’idea alla base dell’operazione: «Verificare se, nelle sale della galleria, l’allestimento delle sculture di Giacometti provocherà, come crediamo, la sensazione di percorrere l’inquadratura spaziale che le sue forme costruiscono attorno a sé nella loro irrigidita presenza, se l’osservatore sentirà di danzare assieme alle sue statue il loro moto instabile e ineluttabile, di esitazione e determinazione».

Nobile intento, ancorché onirico. Ma nel guazzabuglio dei capolavori coi quali il cardinale Borghese inzeppò la sua dimora e la vita, non pare di cogliere in questo faccia a faccia altro se non un magma caotico, e tanta tragicità annega a fronte di tanta bellezza. Sicché pare che lo spirito e l’operato di Giacometti siano qui traditi due volte: la prima dalla ridondanza di stimoli e cose che nelle sale non dialogano con le sue opere, ma muti stanno a guardarsi in cagnesco, quasi, tanto più prive di un’adeguata illuminazione che le sappia mettere in valore, contestualizzandole, e senza la quale la lettura della sua scultura (tutta, non solo quella esposta) appare di più ridotta interpretazione. Una ridondanza, quel che è peggio, che alla fine risulta negare l’essenza stessa del portato giacomettiano: quel suo voler ridurre all’osso la figura umana e le sue contraddizioni. Più che danza, un muto sentire, dunque.

Fino al 25 maggio, Galleria Borghese, piazzale Museo Borghese 5, Roma, catalogo Skira. Info: www.galleriaborghese.it

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