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Le statue calde

Tre generazioni a contronto. Settanta anni di storia e di arte raccontati dalle opere di 17 artisti: Alis/Filliol, Monica Bonvicini, Claudia Castellucci, Gianni Colombo, Gabriele Devecchi, Ugo La Pietra, Eva Marisaldi, Marcello Maloberti, Piero Manzoni, Giovanni Morbin, Bruno Munari, Gianni Pettena, Marinella Pirelli, Michelangelo Pistoletto, Franz Erhard Walther, Gilberto Zorio, Italo Zuffi. La mostra Le statue calde, scultura, corpo, azione, 1945-2013, a cura di Simone Menegoi con l’assistenza curatoriale di Barbara Meneghel, fa parte del ciclo EARLY ONE MORNING, programma espositivo dedicato al tema della scultura e della sua interpretazione dagli anni Sessanta ad oggi, ideato e curato da Alberto Salvadori, direttore artistico del Museo. Il filo conduttore è a cavallo tra l’indagine storica e la ricerca senza tempo del rapporto tra la scultura, il corpo e l’azione negli anni del secondo dopoguerra in Italia. Opere al bivio tra la metamorfosi del corpo in scultura e, viceversa, interpretando la scultura come estenzione della propria materia fisica. Un percorso in fieri, dove è possibile andare avanti e tornare indietro, riflettendo sul concetto ci complementarietà. Sculture offerete per essere manipolate, vissute, tangibilmente vissute, su cui camminare e su cui sedersi, da impugnare e da sollevare, da indossare e perfino da prendere a calci. Forme essenziali e materiali ordinari che richimano la centralità di un corpo agente, materia decisionale, sospinta da ciò che invece non si può toccare, modellate, scolpire.

Una pedana di legno, un tubo di ottone ricurvo, una piccola costruzione di mattoni di cemento: sostegni, protesi, utensili alla partecipazione attiva del visitatore. Arte performativa e ludica, che vuole superare l’idea tradizionale di scultura come oggetto autosufficiente e offerto alla contemplazione. La mostra procede cronologicamente per campionature e punti essenziali e le ricerche italiane dialogano con quelle internazionali. Sono infatti state incluse nella mostra due opere seminali di Franz Erhard Walther, artista tedesco la cui opera di scultore si articola interamente intorno al rapporto fra corpo, spazio e gesto.

Il percorso inizia con tre artisti legati alla brevissima e folgorante esperienza della galleria milanese Azimut (1959), divisi fra provocazioni neo-dadaiste (Piero Manzoni) e un approccio quasi scientifico al problema di includere lo spettatore, con le sue facoltà percettive e motorie, nell’opera (Gianni Colombo, Gabriele Devecchi). Due artisti del gruppo originario dell’Arte povera, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio, esemplificano l’attenzione per il corpo e i gesti del movimento tenuto a battesimo da Germano Celant; un terzo artista dell’Arte Povera, Luciano Fabro, insieme alla critica d’arte e teorica del femminismo Carla Lonzi, è protagonista di una azione scultorea ripresa e rielaborata in video da Marinella Pirelli. Ugo La Pietra e Gianni Pettena sono chiamati a rappresentare l’affascinante esperienza della cosiddetta Architettura radicale degli anni Sessanta e Settanta, in cui l’architettura, emancipata dall’attività del costruire, dava vita a situazioni effimere, oppure a oggetti ibridi e portatili, abiti-abitacoli. Monica Bonvicini imposta in modo aggressivo e quasi sfrontato il rapporto fra il corpo, sempre connotato sessualmente, e ciò che lo contiene e lo imprigiona, in primo luogo l’architettura. Marcello Maloberti rielabora poeticamente gesti, immagini e materiali prelevati dalla vita quotidiana di qualunque città del mondo occidentale. Eva Marisaldi coltiva intuizioni singolari e delicate sul rapporto fra artista, opera e spettatore. Italo Zuffi crea oggetti che colloca al centro di performance dall’indole agonistica e sottilmente crudele. A fare idealmente da ponte fra la generazione dei quarantenni e quella precedente è Giovanni Morbin (1956), il cui lavoro dialoga consapevolmente con le esperienze degli anni Sessanta attraverso sculture/strumenti dall’aspetto minimale e dall’uso paradossale.

Fino all’otto marzo; museo Marino Marini, piazza di San Pancrazio, Firenze; info: www.museomarinomarini.it

 

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