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La materia grigia di Stefano Parisio Perrotti

A guardare le opere di Stefano Parisio Perrotti viene subito l’idea di un titolo: I monti e la danza. Colpiscono la coerenza di metodo e l’idea di fondo. Dove portano queste opere, questi sassi che vengono dal fondo del mare, dal grembo della natura? Diventano un mondo, se non “il” mondo, in cui la figura che vi si posa, o che sembra sorgere da essi, campeggia: è l’io che si rispecchia negli infiniti modi possibili. Spesso cogliendo contenuti curiosi, a volte ilari che raccontano la varietà del vivere. Le figure sono a volte come in bilico verso un particolare significato, inaspettato, curioso, divertente. E le figure su quelle pietre “sferificate” dal moto delle acque, quasi come in un io e lo spazio, io e la geometria, come se tutto fosse sul punto di muoversi, sembrano scivolarvi sopra in equilibrio instabile. Ecco nascere un gruppo danzante che fa girotondo; e così l’isolamento si rompe, si fa cerchio ed armonia. Un’armonia anch’essa su un limite, su un confine valicabile solo grazie ad abili ed accorti, armoniosi movimenti. Il tutto sembra essere racconto dell’”essere in bilico”. Così, su quelle curve cangianti, una figura si staglia, si agita per danzare, si dà da fare senza paura. Si spinge in avanti fin quasi a tuffarsi, ad accennare un salto. Ah, sì, è proprio un racconto! Per un attimo mi fermo e cerco di cogliere un contenuto che intuisco essere oltre una certa più facile lettura. Quel qualcosa che in me vuole venire alla luce traspare evidente quando figura e pietra-mondo si legano. Il tema del racconto che Stefano si è dato, e che sembra circolare ampiamente in tutte le opere, si può iniziare da qualsiasi parte. Sia quando la figura si identifica e si fonde con il globo, con la sua rugosità, il suo trattamento, il suo colore, sia in modo del tutto fantastico. Forse sono tante le storie possibili da mettere insieme. La scelta è libera finché chi guarda s’immerge nelle svariate soluzioni . La storia potrebbe cominciare così: “C’era una volta un globo che cambiava aspetti, trame, valori di superficie”. Il globo stesso, infatti, cambia, sembra agitarsi e danzare anch’esso mentre la figura, senza paura, sembra volersi tuffare in avanti nel vuoto. Le braccia si allargano o prendono un’asta in una bellissima posizione agile ed elegante, mentre il campo diviene oro e così la piccola figura anch’essa si illumina di prezioso. Non manca l’accenno, l’episodio concettual-materico del “chiodo fisso” o anche la composizione derivata da una pila di blocchi contenuti che terminano in un’assoluta, armoniosa sequenza con la figura terminale. In ogni cosa Stefano dipana la matassa come un misterioso svolgersi del tempo. Creatività in cui le istanze dei gesti si manifestano e si avverano, si fanno scultura.

Al Blu di Prussia

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