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Cleopatra, l’Egitto a Roma

Regina di torme barbariche, sterminatrice di congiunti, sovrana meretrice, tolemaide incestuosa, assetata di ricchezze e godimenti e capace di governare l’Egitto scivolando impudentemente da un’alcova all’altra, nel tentativo di preservare l’identità e l’autonomia della dinastia all’interno del potente Impero Romano. Leggende o testimonianze autorevoli, che dir si voglia, “a tinte forti” che fanno di Cleopatra VII Thea Filopatore, ultima regina d’Egitto – nonché Regina delle Regine, Regina dei Re, Regina dell’Alto e del Basso Egitto, Regina di Creta, Cipro, Cirenaica, Siria e Armenia – un mito, un’icona che ha incantato per secoli l’immaginario collettivo continuando ancor oggi a soggiogare e ad ispirare orde di artisti e poeti, romanzieri, registi e designer. Da Plinio a Virgilio, da Orazio a Lucano, da Plutarco a Lione Cassio, da Svetonio a Dante che confina la lussuriosa nel V Canto dell’Inferno, le fonti antiche ˗ in particolare quelle imperiali e filo-augustee ostili alla sovrana, considerata come la più pericolosa minaccia per la Repubblica romana – hanno contribuito più che a delinearne la personalità, a deformarla. Un ritratto non certo edificante e a tratti sconnesso e lacunoso che l’esposizione a tema archeologico curata da Giovanni Gentile e allestita a Roma, nelle sale che si affacciano sul loggiato rinascimentale del Chiostro del Bramante, ha inteso indagare proponendo attraverso minuti ma interessanti contributi, le tappe più eloquenti delle vicende che unirono Cleopatra e la civiltà egizia-tolemaica a Roma e ai suoi regnanti, con le implicazioni di natura politica, economica, sociale, religiosa e culturale che ne scaturirono. L’itinerario espositivo è spartito in nove sezioni – tra cui La Terra del Nilo, Le arti, Cleopatra e Roma, l’Egittomania, Roma conquistata: i nuovi faraoni, Gli Dei e il sacro – in cui sono distribuite le centottanta opere provenienti dai più importanti Musei nazionali ed esteri. Alcuni oggetti presentati sono indicativi del forte ascendente che la regina e la bimillenaria cultura esotica sortirono sul costume e la moda romana; se in passato la caput mundi si era lasciata conquistare dalla Grecia classica ed ellenistica, anche ora le ville, i giardini e le domus romane si guarnivano di mosaici, arredi, sculture ed affreschi ispirati alla terra del Nilo e le nobili matrone romane ˗ per impulso di Cleopatra e della sua corte presente a Roma dal 46 al 44 a.C. ospite nella villa di Cesare agli Orti di Trastevere ˗ cominciavano ad agghindarsi e perfino ad acconciarsi alla maniera egizia, con il tipico chignon.

La mostra illustra le vicende storiche ed esistenziali di Cleopatra, appena ventenne (nata verosimilmente ad Alessandria d’Egitto nell’ottobre del 69 a.C.) alla conquista di Caio Giulio Cesare, dalla cui unione sarebbe nato secondo gli autori antichi Tolomeo Cesare, e poi di Marco Antonio ˗ con cui avrebbe generato i gemelli Sole e Luna (Cleopatra Selene e Alessandro Helios) e Tolomeo Filadelfio ˗ fino al 30 a.C. data della morte della sovrana e di Antonio che, dopo la sconfitta subita nelle acque di Azio, si sarebbe trafitto con la spada per non cadere nelle mani di Ottaviano (Augusto). Nello stesso tempo, il dodici di agosto, si pone generalmente anche il presunto suicidio della tolemaide che, secondo la leggenda fomentata da fonti antiche, pur di non essere preda del generale romano si sarebbe rinchiusa con due ancelle nel mausoleo dinastico per darsi la morte attraverso il morso di un aspide (vipera lebetina, cobra d’ Egitto o echide carenato secondo altri studi) recatole da un mezzadro in un canestro di fichi. Gli eventi sono ancora avvolti nel mistero. Christoph Schaefer dell’Università di Trier ha di recente confutato parte della tesi sostenendo piuttosto che Cleopatra sia stata avvelenata da un mix di aconito, cicuta ed oppio. Ai ragguagli sulla sovrana dal temperamento sagace e nelle vesti di abile stratega si associano le indicazioni, scarse, sulla fisionomia della regina illustrata abitualmente in epoca moderna in forme avvenenti ed armoniose nonostante l’irregolare “profilo lievemente aquilino”, oramai noto agli studiosi, attestato dai coni monetari che sommariamente ne delineano i lineamenti. Plutarco nella Vita di Marco Antonio descrive, e anche la mostra mette in evidenza attraverso il racconto di Valerio Massimo Manfredi, una regina non straordinariamente bella ma capace comunque di soggiogare con la sua indole accattivante e attraverso la “seduzione della parola”, da lei adoperata come uno “strumento musicale”. Amante delle scienze, delle arti e della filosofia, ebbe in dono da Antonio la celebrata Biblioteca di Pergamo ed era tanto colta da avere amici tra i dotti del Museo di Alessandria, da parlare correntemente latino e conoscere il greco e da non aver bisogno di interpreti nel questionare con Ebrei, Etiopi, Parti, Arabi e Siri come riportano le fonti antiche. Erano forse queste le armi con cui avrebbe incantato i due condottieri romani? Certo è che non è semplice ricostruire l’esistenza, la personalità e le sembianze reali della regina delle Piramidi.

La rassegna romana espone papiri, statue, maschere funerarie, pitture, gioielli di alta oreficeria, fregi, monete e vasi preziosi serbati gelosamente, per secoli, dalle familiari sabbie del deserto. Si va dalla grazia regale animata dalle fluttuanti ciocche di sapore ellenistico del Ritratto di Alessandro Magno o Alexandre Guimet ai raffinati bagliori dorati dell’Armilla a forma di bracciale forse appartenuta alla matrona della Casa del Fauno di Pompei dove è stata rinvenuta; dalle pitture con graziose scenette nilotiche con ibis, rane, ippopotami, alligatori e pigmei che si trastullano tra arbusti di papiro e fiori di loto al noto Ritratto maschile dall’oasi del Fayyum suggestivo nel realismo descrittivo della rada barbetta, delle sopracciglia e della zazzera nera e riccioluta che caratterizzano geograficamente il personaggio effigiato. Spiccano su tutti i ritratti, o presunti tali, di Cleopatra di cui la mostra propone due interessanti esemplari di età ellenistica: la piccola e fortemente espressiva Testa ritratto di Cleopatra VII dei Musei Vaticani che potrebbe riprodurre i tratti della regina in età giovanile e la Cleopatra Nahman di un delicato naturalismo, proveniente da Il Cairo e presentata in Italia per la prima volta, che rivelerebbe le fattezze della sovrana in età leggermente più avanzata. Ad esse si aggiunge la splendida Testa di Iside o Regina Tolemaica dei Musei Capitolini selezionata dai curatori come logo per l’esposizione e priva come le altre due opere del naso; nel bel ritratto in marmo dai tratti morbidi e dalla tipica acconciatura in fitti cordoni rigorosamente spartiti ad avvolgere lo spiraglio frontale per l’ureo (il serpente simbolo dell’immortalità e della potenza dei Faraoni) si sono volute individuare le fattezze idealizzate di Cleopatra-Iside. Forse ai tempi dell’incontro con Gaio Giulio Cesare quando, per un breve volgere di anni, la regina del Nilo aveva vagheggiato di poter divenire un giorno, a fianco dell’Imperatore, sovrana dell’Impero Romano da Oriente ad Occidente; ma il suo sogno sarebbe durato un istante, seppur quanto basta da schiuderle le dorate porte dell’immortalità.

Fino al 2 febbraio. Chiostro del Bramante, Roma. Info: www.chiostrodelbramante.it

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