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Mai dire Marina

La performance è uno spettacolo? A detta di Marina Abramovic? assolutamente no. Ma, ammettiamolo, anche l’artista è spesso caduta nelle contraddizioni dell’arte contemporanea e senza volerlo – o forse volendolo – è diventata icona indiscussa, odiata da alcuni e venerata da molti. In questi anni non ha fatto altro che collezionare cifre: non mi riferisco certo al suo conto in banca, ma ai 170mila like conseguiti su facebook, al mezzo milione di visitatori presenti alla sua ultima esposizione al Moma, alle 1400 persone che l’artista ha guardato fisso negli occhi durante la performance The artist is present e, infine, al traguardo raggiunto la scorsa settimana di 300mila dollari di donazione per il suo progetto del Mai.

Cos’è il Mai? Mai è l’acronimo per il Marina Abramovic? institute, istituto di recente creazione che servirà a Marina per dare valenza didattica e istituzionale al suo metodo artistico, elaborato durante anni di lavoro. Tuttavia, non si tratta di un semplice metodo artistico, né di un semplice istituto. Quello che nel 2014 aprirà i battenti sarà un centro di ricerche scientifiche, sede di studio dell’arte contemporanea, luogo di rivalutazione della performance, intesa come stile di vita, come forma di pensiero. Non tutti hanno il potere di decidere dall’oggi al domani di chiedere una donazione per un totale di 600mila dollari. Marina può e, non solo, ci riesce…in sole tre settimane il suo progetto aveva già raggiunto la cifra di 50mila dollari. Perché restare stupiti se, in cambio di un solo dollaro, l’artista assicura al donatore un suo abbraccio. Il Mai è un progetto davvero ambizioso, che se da un lato ricorda un grandissimo centro zen di meditazione spirituale, dall’altro ha l’aspetto inquietante di uno di quegli istituti di requiem artificiale che appaiono in certi film americani, alla fine dei quali ti risvegli sul tetto di un grattacielo alla maniera di Tom Cruise in Vanilla sky. L’artista però, nel documentario in cui spiega dettagliatamente il suo metodo, vuole essere presa sul serio e, saranno il suo tono pacato e il suo aspetto rilassato, alla fine di questo lavaggio del cervello si finisce per crederle. Un po’ anacronistica nella sua concezione di artista–sciamano, ma pur sempre di grande fascinazione, Marina prevede una scaletta particolareggiata di lezioni di ascensione spirituale. Con il contributo di un valido team di scienziati, psicologi e ricercatori universitari ha preparato per i suoi allievi una serie di esercizi per la mente, il corpo e lo spirito, che vanno da semplici allenamenti per la meditazione, fino ad arrivare a esperimenti di alta tecnologia per indagare cosa succede nel cervello prima di entrare nella fase rem del sonno.

Senza addentrarci nei meandri concettuali di ciò che è rimasto della performance rispetto agli anni ’60 e della valenza che questa assume al giorno d’oggi, in cui la vita è sempre più proiettata verso l’irrealtà, bisogna ammettere che quest’artista ha il pregio di voler far sopravvivere la performance e riadattarla in qualche modo alla nostra epoca: «La performance è immateriale e l’immaterialità è il futuro», dice Marina. Sembrano lontani i tempi in cui percorreva la muraglia cinese instancabilmente sulle orme dei land artists e, tuttavia, continua a essere apprezzata e non accenna a perdere di credibilità. Ma se le sue performance non sono spettacoli, allora, cosa sono? Commuovendoci davanti al suo vis à vis con Ulay durante la performance The artist is present, sorridendo mentre improvvisa con Jay-z un balletto hip hop un dubbio s’insinua e la domanda sorge spontanea : siamo caduti nel suo tranello ancora una volta ?

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