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César Meneghetti alla Biennale

César Meneghetti è nato a San Paolo in Brasile nel 1964, ma ha origini austriache e italiane. Fin da piccolo, nella sua terra natale, utilizzava la super-otto per creare filmati. Arrivato a Londra nell’87 ha frequentato la Metropolitan university of London, mentre trasferitosi a Roma nel ’91, si è specializzato al Centro sperimentale di cinematografia. L’esperienza inglese lo ha condotto ad avere coscienza della propria identità: quando ha imparato l’inglese, lingua molto più diretta ma meno poetica e passionale del portoghese, ha capito che il linguaggio utilizzato è alla base della creazione. Dichiara: «Il risultato è diverso se fai un film parlando in inglese piuttosto che se utilizzi il portoghese o l’italiano. La mia lingua ha influenzato anche il mio modo di vedere il mondo, la mia forma mentis, il mio cannocchiale culturale, e la mia lingua madre è il portoghese brasiliano». Ha sperimentato i medium del cinema e della video arte; molte sono le sue docufiction, finti documentari o finzioni con personaggi reali, fra realtà e, appunto, finzione. Ne ricorda due in particolare: Senza Terra/Sem Terra e K_Lab-interacting on the reality interface. La prima è una storia d’amore, raccontata attraverso flash back, che coinvolge tre personaggi: un vecchio muto, e due vecchiette – una brasiliana e una italiana – le due donne parlano dell’amore per lo stesso uomo, il vecchio muto. La particolarità è che lui è un uomo senza terra perché è nato in mare, come è successo a molte persone del passato i cui genitori erano migranti in Sud America.

La seconda, narra la relazione fra Italia e Niger che si sviluppa attraverso il progetto del governo italiano per bloccare la desertificazione nel paese africano: è stata la prima volta che l’artista ha capito che poteva fare qualcosa per gli altri. Nel 2010 Simonetta Lux invita César a collaborare, da artista, con i Laboratori d’arte della comunità di Sant’Egidio. Da questa esperienza nasce il progetto I/0 Io è un altro, che si sviluppa in opere di videoarte e fotografie: tre videoinstallazioni di questo progetto sono presentate nel padiglione della Repubblica del Kenya della 55esima Biennale di Venezia a cura di Simonetta Lux e Alessandro Zuccari, mentre il commissario è Antonio Arévalo. Il titolo I/0 Io è un altro è stato scelto in parte da César che ha pensato al codice binario (01), base del computer che è il mezzo che lui utilizza, in parte da Simonetta Lux che ha pensato alla frase di Rembaud je est un autre che ha completato il titolo. Qui esponiamo Videocabina #03, una delle tre videoinstallazioni che sono in mostra. Nel cominciare il lavoro con la comunità di Sant’Egidio, il passo iniziale di Meneghetti è stato andare a conoscere i disabili dei Laboratori d’arte ed entrare in contatto con loro, ricorda: «il primo giorno ho avuto una sensazione molto bella: i diversamente abili erano degli artisti nati, pur senza aver studiato e pur vivendo in un ambiente isolato».

Meneghetti ha sempre visto la disabilità come qualcosa che lega tutti: «ognuno di noi esseri umani ha il proprio punto di disabilità, un punto di fragilità, siamo tutti disabili per certi versi. Come dice una delle ragazze del centro: un disabile è normale. I miei amici protagonisti si prendono cura l’uno dell’altro e stanno bene, vivono in un limbo armonico.» Poi racconta un episodio significativo sul lavoro per Videocabina #03: «il primo giorno di riprese ho intervistato Aniello Bosco, un ragazzo che sta sulla sedia a rotelle, ma che ha un cervello vivacissimo. Quando gli ho chiesto Cosa vorresti dire alle persone che vedranno questo video? Lui ha risposto: Che gli voglio bene. L’emozione che mi ha trasmesso mi ha incitato a continuare.» L’opera è strutturata in riprese visualizzate contemporaneamente, lo schermo è diviso quattro parti, qui i disabili parlano uno alla volta, ma anche il silenzio degli altri è importante. Non ci sono pietismo o compiacimento, ma una presentazione della realtà e della verità di queste persone che l’artista ha cercato di restituire senza la manipolazione che di solito applica. I temi affrontati sono universali, ad esempio, l’amore, la vita, la morte, la normalità, perché è Meneghetti stesso che vuole sapere da loro cosa pensano di queste questioni: «neanche io amo utilizzare la parola, quindi è stata una sfida sia per me che per i disabili. Non facevo domande, ma li stimolavo con delle parole. Sono rappresentati anche i collaboratori e i curatori della mostra, anche se senza parole».

Le altre sue videoinstallazioni presenti in mostra sono Opera#10 In_visibilità in cui hanno partecipato lo stesso tutti i collaboratori, i curatori insieme ai disabili, e Opera #07 Sette, in cui hanno partecipato i sordomuti e solo l’artista stesso. Opera#10 In_ visibilità rappresenta la comunicazione, il riconoscersi, attraverso il tatto e la corporeità, tutti sono privati della vista. Mentre Opera #07 Sette è composta da sette totem di altezza 1.73, l’altezza dell’artista, in cui si vedono sei sordomuti che spiegano attraverso i gesti le loro sensazioni, suggestioni, i loro sentimenti, mentre al centro c’è l’artista stesso privato della vista, il senso che ha più sviluppato. Così «loro si carnificano, esistono nella società, nella vita, filosoficamente», dalle parole di César.

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