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Silvia Giambrone, Sotto tiro

Silvia Giambrone, classe ‘81, è artista siciliana che vive e lavora a Roma. Molto legata alla sua terra natale la considera un crocevia di razze e provenienze che in qualche modo l’hanno formata, si definisce: «una siciliana dall’aspetto normanno con attitudini greche e carattere berbero». Riguardo ai suoi maestri, ha imparato da tutto ciò che trasmette e seduce, in rapporto continuo con chi riceve la cultura e ne è sedotto. Le relazioni umane sono essenziali per la sua creazione e dichiara: «Ritengo che l’emotività sia il luogo dell’autentico perché può accogliere il mistero». Le relazioni umane sono centrali nel video Congedo in cui l’artista esprime «i rapporti di forza, le resistenze insite nella relazione, permettendo così di leggere l’emotività in termini di tensione ?sica». Le sue opere hanno un estetica intrinseca al messaggio, dell’estetica Giambrone ritiene interessante la parte oscura che fa da contraltare, il carattere libero nella sua costituzionalità.

L’artista attraversa vari linguaggi, interessante l’espressione tramite il ricamo, un lavoro antico che connota l’essere donna con tutti gli strascichi di convenzione, tradizione e coercizione che l’uso di questa tecnica ricorda, nella speranza di un superamento del dato negativo: citiamo la mostra L’impero libero degli schiavi alla galleria Doppelgaenger di Bari, in cui era esposto anche il video della performance Teatro anatomico, evento che si è svolto al museo Macro di Roma dove Giambrone si faceva cucire addosso dei merletti. Il corpo, nel lavoro di Silvia è sempre stato centrale, dalle sue parole: «Credo che tutto accada nel corpo, che il corpo incarni davvero lo spirito del tempo». In questo senso la sua ricerca si spinge a degli estremi, ad esempio in Viola e un poco nervosamente il suo corpo diventa strumento musicale. In Eredità si applica delle ciglia finte per far riflettere su di un’eredità culturale per cui la seduzione viene concepita attraverso l’artificialità, come appunto applicarsi delle ciglia finte; l’ispirazione per questo lavoro nasce dal film Gola profonda. Oppure in Translation scrive parole diverse o in lingue differenti con la mano destra e la mano sinistra contemporaneamente e dichiara: «In realtà quando provi a scrivere contemporaneamente due cose differenti con entrambe le mani ti rendi perfettamente conto che è impossibile pensare le parole in termini di contenuti ma puoi pensarle solo ed esclusivamente in termini di segni, come se le tue mani danzassero; poi quando scrivi la stessa frase, ma in due lingue diverse (un comandamento) sembra che si metta in atto quasi un tradimento, che una mano tradisca l’altra. Credo che ciò la dica lunga sulla presunta aderenza tra legge, corpo e linguaggio. Per questa ragione il video si chiama Translation, per mettere l’accento sul fatto che, in una sola operazione di traduzione, si ponga in discussione il rapporto tra verità e linguaggio».

Qui presentiamo Sotto tiro, video in cui l’artista si fa riprendere dalle spalle in su mentre viene puntata da un laser. Quando le abbiamo chiesto cosa rappresenta il laser? ha risposto: «A mio avviso l’interpretazione del laser rimane un po’ aperta. Si è sotto tiro, quando si è puntati, mirati. Una sorta di prolungamento dell’occhio dell’antagonista. Un po’ come il mirino del fucile per il cacciatore. Il laser è il tema del video, è una sensazione che s?ora la pelle, ma anche la gestione di un ansia, in un certo qual modo». La nudità del corpo e l’assenza di orpelli è vissuta come volontà di rendere presente, senza distrazioni, il messaggio, che comprende l’essere assolutamente «nudi con le proprie ansie, come con le proprie minacce», dalle parole di Giambrone. Lo sguardo di Silvia si posa in continuazione su vari punti immaginari per non dare una fissità assoluta e permettere la casualità degli eventi. Il sentirsi minacciata porta a una reazione istintiva: a un certo punto gioca con il laser per esorcizzare il sentimento di paura. Il video finisce senza una conclusione perché la condizione in cui si pone l’artista è continua, e a proposito di ciò commenta: «Non mi interessava un’opera chiusa, concettualmente parlando. La considero una modalità pretestuosa e forse per?no presuntuosa. Quello che posso offrire allo sguardo altrui è quanto di autentico ritrovo nella mia pratica. E forse proprio nella differenza con chi guarda, che posso trovare un territorio comune, uno spazio di comprensione». Info: www.silviagiambrone.com

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